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L’inflazione morde i redditi e i risparmi delle famiglie italiane. E instilla in molti imprenditori il dubbio, a questo punto ragionevole, se sia ancora conveniente produrre e fatturare semplicemente per sostenere i costi dell’energia e delle materie prime. Eppure, incassare il colpo e provare a resistere è possibile. Lo spiega a Formiche.net Enrico Morando, economista ed ex viceministro dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni.

L’inflazione ha raggiunto in Italia, come in Europa, livelli difficilmente visti prima. E molti economisti sono convinti ormai che la Banca centrale europea abbia sbagliato i suoi calcoli. Anche lei è tra questi?

Facciamo una premessa. Stati Uniti ed Europa scontano due forme di inflazione diverse, i primi a causa della domanda, la seconda per colpa dell’aumento dei costi energetici e delle materie prime, dunque dal lato dell’offerta. Questo impone cure diverse da parte delle rispettive banche centrali. Lato europeo, la Bce deve stare attenta a non trasformare il rialzo dei tassi in un seme per la recessione, che per fortuna non c’è. Detto questo, sì, nel descrivere un’inflazione come fenomeno passeggero c’è stato un eccesso di ottimismo da parte della stessa Bce.

Il governo italiano ha agito tutto sommato tempestivamente. Ma un’inflazione duratura alla fine potrebbe demolire redditi e risparmi. Soluzioni?

Abbiamo salari troppo bassi, a causa di una produttività che non cresce. E poi c’è una contrattazione salariale non adeguata, che non garantisce in molte imprese stipendi idonei. Il primo step è dunque la contrattazione, serve un nuovo sistema di regole sulla rappresentanza.

Può bastare?

No, c’è anche il capitolo fiscale. Il governo ha fatto scelte di sostegno, sotto forma di bonus, pensiamo ai 200 euro. Ed è intervenuto sui carburanti. Ma nel momento in cui l’inflazione si stabilizza e diventa strutturale non si può andare avanti coi bonus, servono interventi per le famiglie in difficoltà e una riduzione del cuneo fiscale per donne e anziani.

Morando, oggi l’Inps ha detto che milioni di lavoratori in Italia guadagnano meno di 9 euro l’ora. Serve un salario minimo o basta agire sulla contrattazione?

Bisogna ridurre il numero dei contratti, è una follia avere centinaia di tipologie. Una volta fatta questa operazione, bisogna lavorare sulla rappresentanza che non è regolata decentemente. Dunque la mia risposta è sì, meglio partire dalla contrattazione, che se sviluppata bene garantirebbe una migliore qualità dei contratti e con un minimo salariale per molti più lavoratori. In questo modo il tema del salario minimo cadrebbe.

In passato c’è chi ha riecheggiato la vecchia scala mobile…

Io punterei tutto sulla contrattazione decentrata, come detto. Mi pare l’unico modo per evitare che i salari dei lavoratori soccombano e che una crescita degli stessi non avvii una rincorsa prezzi-salari, cosa che l’esperienza della scala mobile in realtà ci ha insegnato.

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