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Nella nostra vita quotidiana, tendiamo spesso ad assumere una logica lineare, una dimensione unilaterale che collega, in modo diretto ed incontrovertibile, una causa ad un effetto.

Questo inficia notevolmente la capacità di osservazione della nostra realtà, andando ad eliminare delle connessioni che, invece, pur non essendo dirette, giocano un ruolo particolarmente rilevante nella configurazione della nostra vita.

In genere, queste connessioni vengono messe in secondo piano fino a quando esse non si manifestano con così tanta potenza da innescare meccanismi coerenti con lo schema della causa e dell’effetto.

Esemplare, al riguardo, è il rapporto che lega la stabilità politica al sistema finanziario internazionale; il sistema finanziario internazionale alle prospettive di crescita economica del nostro Paese, e, infine, alle dimensioni quotidiane della nostra esistenza.

Connessioni che in questi giorni appaiono chiare, note, ma che, pur essendo sempre valide, tendono a sfuggire alla nostra attenzione pubblica se non in casi macroscopici, come quelli che stiamo ad oggi vivendo.

Ed anche in questi casi tendiamo ad interpretare gli eventi secondo una logica lineare: si pensi agli anni scorsi, quando la nostra credibilità nazionale era misurata in relazione allo “spread”, che altro non è che un indicatore di sintesi, che soltanto in parte riesce realmente a descrivere la complessità del fenomeno.

Nella sua forma “breve”, il meccanismo dello spread è infatti noto: aumenta l’incertezza politica, aumenta il rischio relativo ai nostri titoli di Stato, aumentano quindi i tassi di interesse legati ai nostri titoli di Stato.

Da qui, però, si innescano ulteriori processi: l’incremento dei tassi di interesse dei nostri titoli di Stato implica un maggior costo che il nostro Paese deve sostenere per finanziare il proprio debito pubblico, e quindi, aumenta il debito del nostro Paese, andando a peggiorare molteplici condizioni finanziarie legate alla nostra economia.

L’effetto combinato di incertezza politica e di incremento del debito pubblico, poi, implica altresì un deterioramento del clima di fiducia delle imprese, soprattutto in momenti delicati come quello che stiamo ad oggi vivendo, con un elevato livello di inflazione e con una condizione geopolitica instabile.

La fiducia delle imprese e dei consumatori ha poi effetti diretti sui nostri comportamenti aggregati: da un lato la potenziale riduzione degli investimenti può comportare una mancata creazione di posti di lavoro; dall’altro l’alto tasso di disoccupazione può portare ad una maggiore inclinazione al risparmio da parte degli italiani, piuttosto che all’investimento; ma l’inflazione in essere erode il potere d’acquisto.

Questi meccanismi segnalano soltanto le dimensioni più dirette: gli effetti dell’instabilità politica sono molto più numerosi e molto più complessi: a cominciare dalla credibilità e dal potere negoziale con le controparti internazionali per la stipula di accordi e di contratti, fino al peso politico che il nostro Paese può avere nell’assunzione di decisioni politiche comunitarie.

Appare dunque chiaro che la pretesa linearità attraverso la quale interpretiamo il mondo rappresenti spesso una forzatura concettuale, una visione semplificata che non permette di comprendere le ragioni degli eventi, ma consente soltanto di constatarne gli effetti.

La persistenza di questo habitus fa sì che la nostra opinione pubblica, e ne abbiamo avuto differenti prove empiriche negli ultimi anni, riconosca gli eventi soltanto quando questi acquisiscono dimensioni macroscopiche: è stato così con lo spread di qualche anno fa e con lo spread di questi giorni, è stato così con il Covid, è stato così con la guerra in Ucraina.

È, in genere, un sintomo di una generale “mancanza di attenzione” che, in periodi come quello che oggi ci troviamo a vivere, non è più possibile permettersi: viviamo in un momento storico caratterizzato da una complessità crescente in quasi tutti i settori dell’agire umano, e l’assenza di visione generale condanna ad un progressivo impoverimento sociale.

Il ruolo della cultura, in questo senso, è chiaramente dirimente: non tanto il ruolo della “cultura” dei turisti che visitano le nostre città d’arte e che popolano le statistiche (anch’esse semplicistiche) che periodicamente rimbalzano nei telegiornali, sul web e nelle tavole rotonde.

Ad essere centrale è piuttosto la cultura intesa come “risorsa che abilita” alla strutturazione di un pensiero coerente con il nostro tempo; alla capacità di leggere e interpretare un testo; alla capacità di prestare attenzione a ciò che ci circonda.

È necessario pertanto rinverdire quella dimensione politica della cultura, intesa nella sua accezione più nobile, e avviare politiche che siano in grado di adeguare la nostra struttura sociale alla nostra epoca contemporanea, e soprattutto, alle possibili prospettive di futuro.

Ad uno sguardo complessivo, infatti, il nostro sistema di crescita e sviluppo culturale e sociale del nostro Paese, appare il risultato di progressivi adeguamenti di un sistema nato e formatosi per rispondere ad esigenze estremamente differenti da quelle che viviamo oggi: non solo in termini di “contenuti”, ma in termini di “obiettivi”. Le nostre scuole sono strutturate sulla base di esigenze ormai anacronistiche; il moltiplicarsi dei nostri percorsi universitari risponde in parte alle esigenze espresse in sede comunitaria ed in parte ad una logica di marketing; le nostre biblioteche, che pure hanno avviato un percorso di ripensamento strutturale e funzionale importante, non ancora sono riuscite ad ottenere l’attenzione che meritano da parte delle amministrazioni centrali; una grande parte dei nostri musei è ancora immaginata e pensata come decenni fa.

È forse arrivato il momento di definire, per la nostra cultura, obiettivi nuovi, coerenti con il nostro mondo, e attuare politiche che perseguano tali obiettivi.

La crisi di governo, e la generale sensazione di incertezza che oggi viviamo sono un’opportunità unica per comprendere che, senza un cambio di visione, l’Italia sarà costretta nella maledizione di un eterno ritorno.

Per creare una politica migliore, abbiamo bisogno di creare cittadini migliori.

Spread e cultura, dalla crisi un'opportunità

È forse arrivato il momento di definire, per la nostra cultura, obiettivi nuovi, coerenti con il nostro mondo, e attuare politiche che perseguano tali obiettivi. La crisi di governo, e la generale sensazione di incertezza che oggi viviamo sono un’opportunità unica per comprendere che, senza un cambio di visione, l’Italia sarà costretta nella maledizione di un eterno ritorno. Il commento di Stefano Monti, partner di Monti&Taft

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