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Dunque, al netto di colpi di scena impossibili da escludere vista la fluidità della situazione, tra poco più di un mese e mezzo una quarantina di milioni di italiani saranno chiamati a scegliere tra una coalizione – absit iniuria verbis – di centrosinistra che ha la informe consistenza di un impasto di besciamella, capacissima di liquefarsi un attimo dopo il risultato; e un destra-centro molto enfatico e pochissimo coeso, abbacinato dal sole della vittoria e disinvolto al limite della sconsideratezza nella definizione di compiti e impegni. E di interpreti all’altezza.

Senza dimenticare una costellazione di sedicente sinistra-sinistra che spazia dai resti del M5S alla scialuppa dei De Magistris, una parte della quale voleva allearsi con l’Italexit di Paragone salvo poi scoprire che in quella lista erano candidati esponenti di estrema destra. In ogni caso un’opzione di opposizione dura e pura, che oscilla tra il putinismo e le pose di anti-sistema.

Ciliegina sulla torta – sempre absit come sopra – un’offerta politica estranea ai due schieramenti e guidata da un leader, Matteo Renzi, che s’e’ invaghito del Vasco Rossi di Vita spericolata e sogna in grande, ma che anche nelle migliori intenzioni non può costituire un piedistallo di governabilità causa strutturale ristrettezza di consensi, e che anzi rischia di affogare nei flutti di un meccanismo elettorale da lui stesso promosso: nemesi piuttosto frequente sotto questo cielo, vedi “porcata” di Calderoli.

Prospettive, tutte, poco esaltanti che, restando tali potrebbero far crescere il fenomeno della disaffezione e dell’astensionismo elettorale. Ma non c’è nulla da fare, l’Italia politica è questa e con questi ingredienti sarà obbligatorio cuocere la minestra della governabilità. Senza avere – ed è il punto più dolente – la possibilità di ricorrere alla capacità di Mario Draghi, prepotentemente e irrazionalmente sbalzato di sedia. Chi vaticina di un suo ritorno a palazzo Chigi più che una prospettiva concreta agita la bandiera di un pensiero magico. Vien voglia di fare gli auguri a Sergio Mattarella, che avrà una matassa per nulla semplice da sbrogliare.

Sullo sfondo, con colpevole sufficienza tralasciati dalle forze politiche, ci sono gli impegni del Pnrr da attuare, la difficoltà energetica da compensare, le intese per fronteggiare l’espansionismo moscovita da consolidare. Già uno solo sarebbe tale da far tremare le vene ai polsi; tutti insieme costituiscono un quadro emergenziale (per non parlare della pandemia da Covid tutt’altro che domata) che nessuno sembra in grado o abbia voglia di spiegare come gestire con qualche possibilità di successo.

È una della tante facce della crisi di sistema che il Paese da decenni si trascina appresso, senza trovare la strada non diciamo per risolverla ma almeno per affrontarla. Cui si aggancia un deficit di leadership che rappresenta l’elemento più vistoso di problematicità effettiva. Enrico Letta ha preso posizioni molto salde e determinate sul conflitto tra Russia e Ucraina, mostrando un coraggio non frequente da quelle parti. Ma alla prova della capacità di mettere in piedi una compagine in grado di governare, sta mostrando vistosi limiti. Vero che le bizze continue di Carlo Calenda e le convulsioni di Fratoianni e Bonelli, personaggi questi ultimi oggettivamente minoritari, metterebbero alla prova perfino Giobbe. Ma è altrettanto vero che il fluido coesivo è precisamente ciò che ci si aspetta da un leader con ambizioni da statista. Letta fa quel che può e non è poco. Il pericolo è che non sia sufficiente.

Sul fronte opposto Giorgia Meloni – cui pure alleati ed avversari lasciano un’autostrada davanti – si sforza di accreditarsi come condottiera capace di domare un’esercito riottoso e indisciplinato. Tuttavia di Giovanna D’Arco ce n’è già stata una e sappiamo che fine ha fatto. Tra un vecchio signore che promette dentiere gratis e un rivale assai spregiudicato pronto ad approfittare di ogni passo falso, districarsi non sarà facile. Però, appunto, l’Italia politica è questa e non resta che augurarci un gigantesco in bocca al lupo in attesa che lo stellone torni a fare capolino.

Con questi ingredienti politici, abbiamo perso la ricetta della governabilità?

Letta si trova a mettere in piedi una compagine che va da Calenda a Fratoianni, Meloni che ha un’autostrada davanti (lasciata dai suoi avversari) ha a che fare con due alleati con cui districarsi non sarà facile. Ma l’Italia politica è questa e non resta che augurarci un gigantesco in bocca al lupo. Il mosaico di Fusi

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