Skip to main content

Bisognerebbe smetterla di ragionare sulle drammatiche vicende ucraine senza collegarsi con la realtà, soprattutto quando si parla di questioni militari o di approvvigionamenti di gas e petrolio, temi di impressionante complessità logistica, economica e, quindi, politica.

Credo cioè necessario guardare al futuro senza aprire il libro dei sogni, che resta pieno di fascino ma che a nulla serve quando si tratta di affrontare problemi seri, così come ritengo opportuno progettare relazioni internazionali basate sui reali rapporti di forza e sulla concreta situazione geopolitica del mondo, poiché il prezzo da pagare in caso di previsioni irrealistiche rischia di essere micidiale per le nostre fragili democrazie liberali (a vario grado d’intensità).

Proviamo quindi ad applicare del sano realismo alla situazione in materia di approvvigionamenti energetici, cominciando dallo sfatare due luoghi comuni che avvelenano il dibattito non poco.

Punto primo. Si dice: basta gas e petrolio dalla Russia perché non si compra dalle dittature che poi usano i nostri soldi per soffocare il dissenso interno, arricchire gli oligarchi e fare guerre. Tutto vero per quanto riguarda il Cremlino, ma guai a pensare che Algeria, Congo o Qatar possano essere inseriti nel libro d’onore delle democrazie perfette (o almeno decenti): sono nazioni in cui, per vari motivi, gli oppositori al governo sono duramente penalizzati, gli assetti di potere sono estremamente concentrati in poche mani, l’uso della forza considerato strumento ampiamente utilizzabile.

Punto secondo. Si dice: basta gas e petrolio dalla Russia (ha votato in questo senso anche il Parlamento Europeo) per puntare all’indipendenza energetica, meglio se tutta o quasi da fonti rinnovabili. Ebbene questo proposito è tanto nobile quanto non realizzabile se non nel giro di diversi anni (girano stime diverse) e comunque di assai difficile raggiungimento scegliendo contemporaneamente di non utilizzare il nucleare (che sta consentendo a Macron di agire con spazi di manovra che Italia e Germania non hanno).

Spostiamoci quindi dalla nuvole alla terra, trovando il coraggio di guardare le cose come stanno. Si può e si deve immaginare per l’Italia e per l’Europa un piano di parziale sganciamento dalla forniture russe, che però non ha motivo serio di essere totale (tra breve vedremo perché).

Questo piano di sganciamento deve puntare sulle rinnovabili (aiutando però l’industria europea a produrre tutto ciò che serve allo scopo, perché se poi compriamo solo pannelli cinesi siamo punto e daccapo), deve cercare di estrarre ove possibile in Europa (e anche in Italia) per almeno un paio di decenni minimizzando i danni ambientali e deve diversificare gli acquisti in modo tale che nessun canale pesi più del 10/15 %: solo così potremo gestire crisi in questo o quell’angolo del pianeta.

Ci serve in buona sostanza un mix articolato e difficile da gestire, ma che ci consegna nella sua complessità una sostanziale indipendenza (che naturalmente ha dei costi), cioè il contrario dell’attuale dipendenza da Mosca (che è stata voluta, fortemente voluta, fortissimamente voluta).

In questo schema però sarebbe follia pura chiudere il rubinetto del gas con la Russia. Quel rubinetto deve restare aperto perché la Russia è comunque un pezzo di Europa (a modo suo) e non è buttandola tra le braccia dei cinesi che faremmo un buon affare, perché la Russia esisterà anche dopo Putin ed anzi sarebbe il caso di iniziare a lavorare proprio in vista di quel momento e perché la pace in Ucraina può marciare (anche) su quel tubo, il cui funzionamento conviene a tutti (Zelensky compreso).

La risposta militare ucraina sostenuta da Nato e Ue è stata sin qui la miglior “politica” per rispondere all’inaccettabile scelta d’invasione di Putin. I nuovi equilibri si troveranno sul campo di battaglia (purtroppo) e troveranno conforto (as usual) negli interessi economici.

I gasdotti esistenti sono perfetti allo scopo e vanno usati con sapienza e forza contrattuale. Possono rivelarsi l’arma vincente per fare la pace, se usati come si deve.

Un po' di gas russo serve alla pace

La risposta militare ucraina sostenuta da Nato e Ue è stata sin qui la miglior “politica” contro l’invasione russa. I nuovi equilibri si troveranno sul campo di battaglia (purtroppo) e troveranno conforto (as usual) negli interessi economici. L’editoriale di Roberto Arditti

Mitsotakis, il centrista che fa centro. Memo per l'Italia

Memo per i moderati italiani: da Washington, in visita da Biden e al Congresso riunito, il premier greco Kyriakos Mitsotakis svela la ricetta per fare centro e mettere all’angolo gli opposti estremismi. Governare così si può, senza rincorrere i demagoghi. E se lo dice un ateniese…

L’Italia e i “soprusi” Usa. Chi è Torquato Cardilli, l’ambasciatore preferito da Grillo

Sul blog del fondatore, che ha da poco firmato un accordo con il M5S da 300.000 euro, compare un articolo del diplomatico che attacca gli Stati Uniti e giustifica Putin. L’ingresso in diplomazia nel 1967 e il giallo della conversione all’islam

Scontri a Tripoli, bloccato l’ingresso di Bashaga

Scontri a Tripoli. Il premier designato Bashaga ha provato a entrare nella capitale, ma è stato respinto dalle milizie fedeli al primo ministro uscente Dabaiba

Conviene all’Italia un’altra sospensione dei parametri di Maastricht?

Se l’estensione della sospensione fosse un’occasione per riflettere una volta per tutte sulla materia e trovare criteri con una base economica di maggior sostanza, sarebbe cosa buona e giusta che porterebbe a un’unione monetaria più forte e darebbe prestigio e peso all’euro. Se si tratta di un temporaneo libera tutti invece… Il commento di Giuseppe Pennisi

Putin, il giocatore d'azzardo che ha perso (quasi) tutto

Lo stallo sul campo, il riscatto europeo, la Nato che mostra i muscoli e apre le porte a Svezia e Finlandia. C’è solo una persona con cui Vladimir Putin deve infuriarsi per lo spettacolare fallimento della guerra in Ucraina: se stesso. Il commento dell’ambasciatore Stefano Stefanini, senior advisor Ispi

Il grano ucraino deve lasciare Odessa. L'appello del Wfp

La guerra del grano a Odessa ha un doppio problema: i silos bloccati non mettono il prodotto sul mercato e non permettono lo stoccaggio del nuovo raccolto che tra pochi mesi arriverà, spiega Eugenio Dacrema (WFP). Il rischio è uno spreco di materia prima alimentare e un ulteriore aumento dei prezzi

Chi è Robert Brieger, nuovo presidente del Comitato militare dell’Ue

Alla guida del Comitato militare dell’Unione europea arriva Robert Brieger, già capo di Stato maggiore delle Forze armate austriache. Il generale austriaco prende il posto di Claudio Graziano, al vertice del Comitato dal 2018 e nominato ad aprile presidente di Fincantieri

Ok dal Copasir per le armi a Kiev. L’audizione di Guerini

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini è stato ascoltato dal Copasir sul terzo decreto per gli aiuti militari a Kiev, ricevendo il suo “via libera”. Come le precedenti, la lista di materiali da inviare all’Ucraina è stata secretata, una forma di tutela della sicurezza nazionale. Mentre si attende l’informativa del Premier sulla guerra prevista per giovedì, il voto sul dl Ucraina slitta: manca il numero legale

Lunedì dan-Nato. Se il piano di Putin perde pezzi

La resistenza a Mariupol, l’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia. Un pessimo lunedì per Vladimir Putin, che vede il suo piano andare in frantumi. E Mario Draghi è tra i leader occidentali che più di tutti possono rivendicarne il merito. Il commento di Joseph La Palombara

×

Iscriviti alla newsletter