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Cinquant’anni di relazioni (1975–2025) tra l’Unione europea e la Repubblica Popolare Cinese illustrano due trasformazioni parallele e un’interdipendenza sempre più profonda. Un’analisi attenta delle relazioni sino-europee mostra che non si tratta, e non può trattarsi, di un rapporto bilaterale convenzionale. Al contrario, esse si sono sviluppate attraverso un intreccio economico di interdipendenze economiche e asimmetrie strategiche. Le divisioni interne dell’Europa, unite all’approccio selettivo della Cina e alla sua tacita inclinazione pro-russa nella guerra in Ucraina, evidenziano l’urgenza di una strategia europea ben informata, indipendente dagli Stati Uniti e lungimirante.

Nel corso degli ultimi cinque decenni, le relazioni Ue-Cina sono state segnate da tappe fondamentali, generalmente caratterizzate da maggiore cooperazione, al contrario della traiettoria più conflittuale delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Tuttavia, quando emergono tensioni, queste tendono a essere gravi. Le relazioni diplomatiche sono state inaugurate il 6 maggio 1975, con la visita in Cina di Christopher Soames, vice presidente della Commissione europea, in Cina per conto della Comunità economica europea (Cee). Gli anni Ottanta hanno visto i primi accordi di cooperazione scientifica e tecnologica insieme alla firma nel 1985 dell’accordo di cooperazione economica e commerciale sotto la presidenza di Jacques Delors. Le relazioni furono interrotte nel 1989, quando la repressione di piazza Tiananmen portò la Cee a sospendere i legami politici e a imporre sanzioni contro Pechino, incluso un embargo sulle armi tuttora in vigore.

Gli anni Novanta e Duemila hanno segnato un periodo di maggiore distensione con il primo vertice Ue-Cina a Londra nel 1998, l’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) del 2001, l’adozione dei criteri Ue per lo “status di economia di mercato” da parte cinese (2003) e numerosi accordi su dogane, non proliferazione, controllo degli armamenti e ricerca e sviluppo (2004). La cooperazione ambientale e strategica è seguita con il Partenariato sul cambiamento climatico del 2006. Gli anni 2010 sono stati caratterizzati dall’iniziativa “16+1” della Cina (2012), dall’avvio dei negoziati sugli investimenti (2014) e dalle riforme europee alle regole anti-dumping (2017). Dal 2018 in poi, le considerazioni di sicurezza e strategiche sono salite al centro del dibattito: esercitazioni navali congiunte e, nel 2019, lo Strategic outlook dell’Ue, che ha inquadrato la Cina come partner, concorrente e rivale sistemico simultaneamente. Di recente, il periodo 2020-2023 è stato caratterizzato da negoziati sugli investimenti e sulle indicazioni geografiche, sanzioni reciproche su questioni di diritti umani e iniziative europee per ridurre la dipendenza strategica, culminando nella Strategia per la sicurezza economica del 2023.

Queste tappe delineano un percorso di crescente interdipendenza, cooperazione complessa e tensioni strategiche persistenti. Tuttavia, questa espansione straordinaria nasconde profonde asimmetrie: il modello di crescita cinese, guidato dallo Stato e sostenuto da massicci sussidi, ha generato squilibri duraturi che continuano a rappresentare una sfida per l’Europa. Nel 1975, quando furono stabiliti i legami diplomatici tra Pechino e la Cee, l’Europa contava poco meno di 300 milioni di cittadini, mentre la Cina si avvicinava al miliardo. Dal punto di vista economico, il Pil della Comunità era quasi nove volte superiore a quello della Cina. Oggi la situazione è completamente diversa. L’Unione europea oggi si compone di 27 Stati membri e con oltre 449 milioni di abitanti. La Cina, con 1,4 miliardi di cittadini, ha registrato una crescita senza precedenti, passando da un Pil di 1,7 trilioni di dollari a quasi 20 trilioni (Fmi). Politicamente, la Cee ha assistito alla caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989, simbolo del crollo del comunismo sul suo territorio e dell’adozione dei mercati liberi e dello Stato di diritto mentre la Cina, all’inizio dello stesso anno, ha represso uno dei suoi più potenti movimenti democratici a piazza Tiananmen, consolidando il dominio del partito unico attorno a un programma di sviluppo economico e scientifico, rigettando rigidamente ogni forma di liberalizzazione politica. Questa duplice trasformazione ha rimodellato il commercio globale.

Oggi, Ue e Cina rappresentano insieme circa un terzo del commercio mondiale, con scambi bilaterali che raggiungono due miliardi di euro al giorno, rispetto ai soli due miliardi annui all’inizio delle loro relazioni. In ambito scientifico e tecnologico, la Cina è ora undicesima nell’indice globale dell’innovazione, mentre la maggior parte dei primi dieci Paesi sono europei. Fondamentale è il fatto che le relazioni Ue-Cina non siano mai state un accordo bilaterale “classico”. La Cina ha da tempo perseguito una strategia di multilateralismo bilaterale: coltivando legami privilegiati con singoli Stati membri europei, impegnandosi a Bruxelles in modo selettivo, criticando la mancanza di centralità dell’Ue quando conveniente e giocando spesso un attore contro l’altro. Per decenni, l’Europa ha effettivamente gareggiato con sé stessa sulla Cina, riflettendo una cronica mancanza di coesione.

La pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina hanno però rappresentato veri e propri cambi di paradigma, mettendo in luce vulnerabilità e opportunità. Le asimmetrie nelle relazioni dei singoli Stati membri con la Cina hanno progressivamente favorito Pechino. Vale la pena ricordare che la maggior parte degli Stati membri, considerati singolarmente, restano relativamente insignificanti nel calcolo strategico cinese. Un aspetto spesso trascurato è che l’Europa, sia come Unione sia attraverso i suoi Stati membri, rimane centrale nelle ambizioni globali più ampie della Cina, dalla Nuova via della seta alla diplomazia ambientale di Pechino. Il vasto mercato europeo conferisce all’Unione un certo margine di autonomia strategica nei rapporti con la Cina. Allo stesso tempo, la cronica carenza di expertise interna sulla Cina nelle istituzioni europee e negli Stati membri può compromettere la qualità della diplomazia, rendendo l’Europa più vulnerabile a errori di valutazione.

In questo contesto, l’Italia si distingue. È uno dei Paesi europei con la tradizione più lunga e ricca di expertise cinese. Dall’università di Venezia e l’Orientale di Napoli, a La Sapienza di Roma e alle università di Milano, Bologna, Firenze, Trento e Torino, fino alla Luiss e all’European university institute di Firenze, l’Italia ha coltivato una delle più prestigiose tradizioni sinologiche al mondo. Questo capitale intellettuale non è solo un’eredità accademica, ma un vero e proprio asset strategico. Tuttavia, questo profondo serbatoio di conoscenza sinologica resta gravemente sottoutilizzato, sia in Italia sia nei processi decisionali dell’Ue. Sfruttando questa competenza, potrebbe svolgere un ruolo-chiave nel contribuire a un approccio europeo più coerente verso la Cina. L’Italia potrebbe sviluppare una comprensione più sfumata delle ambizioni globali della Cina, consentendo all’Europa di interagire con Pechino da una posizione di autonomia informata, bilanciando gli interessi economici con il principio emergente europeo di smart de-risking.

Formiche 217

Analisi pubblicata sulla rivista Formiche in vista dell’incontro “Turning tides? – The future of China–EU relations”, la conferenza internazionale che si svolgerà il 27 e 28 ottobre a Bologna, e co-organizzata dall’Università di Bologna e dalla School of Advanced International Studies (SAIS) della Johns Hopkins. Per seguire l’evento, che si tiene in occasione del 50esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Ue e Cina, si può usare questo link. Formiche è media-partner della conferenza e pubblicherà analisi e approfondimenti su di essa.

Perché Xi Jinping non può fare a meno dell'Europa. Scrive Balme (Sciences Po)

Di Stéphanie Balme

Le relazioni Ue-Cina non sono mai state un accordo bilaterale “classico”. La Cina persegue una strategia di multilateralismo bilaterale con legami privilegiati con singoli Stati europei e criticando la mancanza di centralità dell’Ue. L’analisi di Stéphanie Balme, direttrice del Centro di studi internazionali presso Sciences Po

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