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Mater artium necessitas! La necessità è la madre delle abilità.  È questa la sintesi che dagli scritti di questo breve saggio emerge chiaramente.

Metamorfosi come elemento non solo negativo, ma anche positivo.

Scuola, giustizia, reddito di cittadinanza e lavoro autonomo, dipendente, imprenditoriale: è il nucleo essenziale che Salvatore Di Bartolo riesce a mettere in evidenza storico-politica e che ha caratterizzato e caratterizza questa legislatura. Il tutto coniugandone le criticità.

Sul primo fronte, quello scolastico, la Dad ha sicuramente palesato limiti. Può essere però capace di diversificare la propria funzionalità?

La politica è chiamata a non disperderne quel po’ di utile che c’è nell’esperienza a distanza.

Un esempio su tutti: uno studente si ammala, va a casa e può così seguire, tranquillamente, le lezioni (sempre se è in condizioni psico-fisiche). L’effetto è non si sprechi la chance di apprendimento.

Allora la Dad, nella giusta chiave di diversificazione, va stabilizzata come strumento integrato, parallelo, a quello ordinario (in presenza) solo se complementare alla non dispersione e dissipazione del momento d’istruzione.

Pensare che la Dad possa essere uno strumento sostitutivo significherebbe, di contro, aprire le porte allo svilimento della relazionalità umana. Cosa, quest’ultima, che è in se stessa necessaria e connaturata all’esistenza.

Per certi versi è ciò che la politica rischia di subire, al netto della pandemia, con l’eccesso di democrazia digitale come quella sperimentata dalla esperienza del Movimento 5 Stelle: accorciare le distanze decisionali e partecipative con il web, per altro verso, significa allontanare quelle emozionali, epidermiche, ecc.

Sicché la tecnologia può essere lo strumento di sussidiarietà (per abusare un termine), ma non può sostituirsi alla dinamica reale dell’umano: il coinvolgimento fisico-relazionale.

Ecco come Dad e democrazia digitale vanno considerati in una dimensione nuova della quale non bisogna spaventarsi, ma capacitarsi che occorre un approccio sensibile e gradualmente orientato a valorizzarne i riflessi positivi.  Al centro però va posta la persona e non la macchina.

Qui, allora, si pone l’attenzione su altri due fronti: la giustizia e il lavoro. Non sono slegati dal primo. Sono essi stessi frutti. Se la scuola insegna bene, la giustizia e il lavoro futuri saranno ottimizzati dalle generazioni a venire.

Potremmo, quindi, affermare che l’istruzione è la necessità collettiva da cui prendono linfa le virtù come il senso di giustizia e l’inclinazione lavoristica. Non dimenticando che Gramsci riteneva la cultura come un vero e proprio mestiere.

Termine, quest’ultimo, nel quale si coniugano alcuni significati come l’arte, l’officio, l’abnegazione, ecc.

C’è nella giustizia, altro tema toccato dall’autore di questo saggio, un profondo grido d’aiuto proprio in termini di una nuova cultura (che non equivale a cultura nuova): tornare ad ispirarsi alla radice costituzionale del Giusto processo intercettando le nuove sfide giuridiche che stanno nascendo dall’evoluzione tecnologia.

Tre direttrici faranno la differenza: giudici super competenti, trasparenza, regole certe dettate da minore quantità di normazione.

Ovviamente qui si innescano ragionamenti che andrebbero trattati più approfonditamente, ma ci si domandi alcune cose.

La competenza nel mondo giurisdizionale è, oggi, alla portata di tutti (specie per i diritti derivanti dalla implementazione di sempre nuove e crescenti strumentazioni tecnologiche)?

Quanto costa al cittadino difendersi e quanta effettiva giustizia riceve come servizio in quanto tale?

Ora, per rispondere alla prima domanda pare quanto meno rispettoso dire che la competenza è accessibile a tutti, ma ha un limite: non è, al contempo, comprensibile a tutti.  Ricordiamo cosa è successo con l’avvento della posta elettronica certificata.

Gli imprenditori piccoli e, buona parte anche medi, sono andati incontro ad un cambiamento epocale di interazione sociale, a proprie spese, senza che lo Stato avesse preordinatamente fatto campagna d’istruzione allo strumento.

Risultato? Piccoli imprenditori che, ad esempio, in piena ignara concezione della novità nel campo delle cartelle esattoriali si son trovati dopo anni con procedure esecutive a loro carico.

Al netto, quindi, degli effetti dell’avvento tecnologico c’è da soffermarsi sul punto-crepa: la competenza è diventata elitaria. Questo è un problema. Serio.

Spostandoci dalla giustizia al mondo del lavoro è emblematico come il principio di competenza elitaria sia palesemente considerabile per il caso del Reddito di cittadinanza. La questione è in questi termini: il progresso sposta la sfera di conoscenza su livelli sempre più alti.

Sicché quella che una volta era classe operaia legata prevalentemente alla mano d’opera, oggi è destabilizzata tanto quanto lo sono le imprese che devono rispondere a sempre più sfrenate logiche di concorrenza.

Un vortice nel quale il mondo della competizione spinge le società basate sul c.d. “mercato capace”, ma che nasconde una falla sistemica genetica come “l’incapacità del mercato”.

È chiaro che, su questa premessa, il reddito di cittadinanza è servito e serve per alcuni riflessi sociali.

Il punto vero è se siamo consapevoli che recuperare persone al lavoro in un mercato che, ormai, vive di perenne esclusione (perché la tecnologia implica che le competenze diventino elitarie appunto) sia davvero la priorità.

Sì, è prioritario recuperare le persone al lavoro, ma per farlo seriamente occorre considerare un nuovo modello di Stato: dalla capacità del mercato alla strutturabilità del mercato.

Il ché non significa regredire alla fase storica della pianificazione tipica dei sistemi comunisti. Il ché non significa abbandonare l’idea che la competitività non sia buona.

Ciò che andrebbe riaccreditato è il ruolo per quote dello Stato e dei mercati in una dimensione bilanciata tra libertà d’intraprendere e responsabilità dell’utile, da una parte, e una presenza del pubblico limitata a quelle storture di mercato stesso che possono portare degenerativamente a comprimere i diritti umani e relativi livelli di dignità (tanto per la classe operaia quanto per la classe imprenditoriale).

Su questo scatto a quote compensative c’è la questione della pressione fiscale da cui non si può prescindere.

Il perché è tanto semplice quanto sfuggente: se tu Stato non coltivi un debito virtuoso, come pretendi che le imprese si ispirino al principio di responsabilità dell’utile?

Il cortocircuito è risolvibile, con tanta pazienza, se si parte anzitutto dal riconoscere le proprie colpe: uno Stato iper-burocraticizzato, iper-magistratualizzato, iper-fiscalizzato, iper-deumanizzato.

Non che i cittadini siano da meno dello Stato perché alla fin dei conti, basti esser più consapevoli delle scelte che si fanno quando è il momento della chiamata.

Trascurare quest’ultimo aspetto è come dire che della mia casa non interessa alcunché. E prima o poi questa viene occupata da chi, nel silenzio altrui, ne diventa fruitore a suo uso e costume.

La cultura dell’occupazione è finita? Non è una battuta.  L’Italia, come Di Bartolo ha fatto notare in questo saggio, è ad un bivio. Allora sulla scuola non si può cincischiare: occorre puntare sulla libertà di scelta e sull’equità come necessità e non più sole virtù.

Anzi, proprio perché le virtù stanno soffocando, alla fine dei conti, sono ciò di cui la nostra società ha indifferibilmente necessità (si consenta il gioco di parole). La giustizia nasce lì (cioè tra i banchi di scuola), così come la voglia di esser utile con il proprio lavoro, per sé, per la propria famiglia e per gli altri.

Ma se il lavoro diventa elitario che giustizia si potrà mai avere? Quella di coloro che se la cantano e se la suonano da soli? Finché ci sarà da musicare ovviamente. Meglio, quindi, le metamorfosi lente che i travestimenti di piazza.

Ai posteri l’ardua sentenza. A noi che viviamo il presente il dovere di essere responsabili per quel che ci compete.

La libertà, come diceva l’illustre Einaudi, è proprio questo.

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