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Si è dissolto il “fronte repubblicano”. Emmanuel Macron è senza protezione. La breve marcia che comincia domani verso l’Eliseo lo vede solo, ammaccato, disperato. Parte accompagnato dal 26% dei sondaggi, una cifra che suona già come una sconfitta a prescindere dall’esito finale. La sua rivale, Marine Le Pen è data al 25%. Un soffio li separa. E sarà ben difficile che il Presidente uscente possa recuperare in poche ore ciò che ha perduto in cinque anni.

Un quinquennio di inutile protagonismo internazionale nel corso del quale non ha risolto un solo problema dei francesi, ma ha contribuito ad aggravarne tanti. Ha deluso il ceto medio, ha negato l’abbassamento delle tasse promesso nell’altra campagna elettorale, se l’è presa con i più deboli, gli agricoltori, innalzando il prezzo del carburante e dei fertilizzanti a costi insostenibili, ha favorito con le sue dissennate politiche sociali, dettate dall’élite che lo ha costruito, la nascita dei gilet jaunes, un movimento di protesta che lo ha tenuto in scacco per circa due anni, fino all’apparizione della pandemia che ha tentato di governare tra equivoci ed incertezze. Soprattutto nulla ha fatto per arginare ciò che i cittadini gli rimproverano: l’islamizzazione  della Francia, la perdita dell’identità, quel sogno di riconquista che Oltralpe è molto sentito.

La presidenza di Macron è stata un delirio di narcisismo – amava sentirsi chiamare Jupiter – ed un esercizio di impotenza. Dopo Hollande, forse il peggiore presidente della Quinta Repubblica.

I francesi passano adesso all’incasso. E gli domandano che fine ha fatto quella sua Europa a trazione franco-tedesca, dove è finita la transizione ecologica, perché un capo di Stato Maggiore delle Forze Armate e due maggior generali, il vertice dell’autorità militare insomma, si sono dimessi in opposizione alle sue intemerate ed al suo concetto bislacco di difesa nazionale. Una catastrofe.

En Marche!, partito nato dal nulla e incapace di radicarsi nella Francia profonda come nelle grandi città, praticamente non lo sostiene più perché non esiste. E senza un minimo di organizzazione, Macron può contare soltanto su sparute truppe che stancamente risalgono le strade che le videro vittoriose nel maggio 2017. Anche nella gestione del partito Macron ha rivelato la sua inettitudine politica: i maggiorenti, coloro che lo avevano costruito, a cominciare dal sindaco di Lione e dall’ex primo ministro Eduard Philippe, lo hanno abbandonato subito dopo gli esordi. L’Eliseo si è sguarnito. Il 26% è il consuntivo di una disfatta.

Ma potrebbe ancora vincere, si dice. È innegabile. Per un soffio, magari. La Le Pen non ha sbagliato quasi nulla in questa campagna elettorale. Si è posizionata su un versante moderato in grado di attrarre elettori dei Républicains, ha dato l’addio al suo antieuropeismo piuttosto sgangherato e pur mantenendo posizioni nazionaliste ha aperto ad una Europa dei popoli, delle culture, delle nazioni con maggior convinzione senza mettere in discussione l’euro che nel passato si era rivelato il suo tallone d’Achille.

È pur vero che sulla sua strada ha trovato Éric Zemmour il quale con il suo 8% non dovrebbe impensierirla. Se una destra unita neppure questa volta si è concretizzata, dopo essersi labilmente profilata, stupidamente aggiungiamo in una contesa tra la bionda signora ed un intellettuale di grande valore, purtroppo incompreso, non è detto che al ballottaggio i voti di Zemmour non confluiscano sulla Le Pen, ed allora i destini della Francia potrebbero davvero cambiare.

La sinistra di Jean-Luc Meléncon ha recuperato significativamente: il suo 17% potrebbe dare fastidio ai due principali concorrenti, ma non al punto di insidiarli per il ballottaggio. Mentre i socialisti con Anne Hidalgo sono scomparsi (sondati al 2%), si può dire fin d’ora che i veri sconfitti di queste elezioni sono i repubblicani post-gollisti, eredi lontani del Generale e figli, più o meno degeneri, dei Sarkozy, dei Juppé, dei Fillon. Infatti hanno partorito  Válerie Pécresse che non raggiunge neppure il 10% nelle intenzioni di voto. Eppure sono voti che conteranno. Una parte verranno offerti alla destra nazionale, un’altra a Macron così, pur senza entrare in partita, i moderati di centrodestra giocheranno un ruolo per quanto marginale, tuttavia significativo, nella contesa tra il presidente e la sua antagonista.

Domani sera sarà già possibile immaginare quale Francia verrà fuori dal primo turno e, dunque, dal ballottaggio. La vittoria finale non è detto che vada a Macron. Sulle ali dell’entusiasmo, la Le Pen potrebbe dare scacco matto al candidato dell’establishment. Sarebbe un colpo non soltanto per la Francia, ma per l’Europa. Indubbiamente gli assetti muterebbero, il volto dell’Unione si trasformerebbe. Ma la Le Pen non è un’ingenua e a una rivoluzione che potrebbe innescare una catastrofe non ci pensa minimamente.

In Francia l'indecisione è sovrana. Macron e Le Pen a un soffio

Il Presidente uscente parte accompagnato dal 26% dei sondaggi, una cifra che suona già come una sconfitta a prescindere dall’esito finale. La sua rivale, Marine Le Pen è data al 25%. Un solo punto li separa. E sarà ben difficile che Emmanuel Macron possa recuperare in poche ore ciò che ha perduto in cinque anni. La lettura di Gennaro Malgieri

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