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Mentre l’inferno della guerra infuria alle porte di casa e noi tutti coltiviamo l’illusione che la blindatura dei serramenti ci faccia sicuri, la politica interna si avvita in una specie di limbo, lungo e grigio, da cui rischia di venir fuori solo con le secchiate di acqua gelida della nuova campagna elettorale. Che prenderà il via appena tornati dalle vacanze d’estate, l’unica certezza nazionale in questa stagione ingrata e bellicista.

Certo, qua e là si scorgono segnali di inquietudine nella complicata maggioranza di governo (echi di più antichi posizionamenti di politica internazionale, vedi Movimento 5 stelle e Lega), sindromi da Edmond Dantès (vedi la perpetua antipatizzazione del reinsediato capo dei Cinque Stelle, nonché ex presidente del Consiglio), cenni di movimento sempre lungo l’asse gialloverde, ma si direbbero più spostamenti di interna corporis che passaggi rilevanti dal punto di vista degli assetti della politica nazionale. Anche se tanto bene non fanno al governo Draghi. È come se alla condizione sospesa prodotta dalla “stabile emergenza” installatasi nelle patrie sponde, tra Covid-19 e guerra, abbia corrisposto una specie di fermoimmagine in grado di instaurare una desuetudine all’agire politico. Quello vero, non la guerriglia.

A ben vedere, però, quesa modalità “impolitica” parte da lontano, forse a far data addirittura dall’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica. A fare un po’ di conti si realizza, infatti, che nei ventott’anni dal 1994 a oggi, ben cinque, pari ad una intera legislatura, sono stati anni di governi tecnici (Ciampi, Dini, Monti, Draghi e, guarda caso, tutti chiamati a tirare indietro il piede dal baratro economico-finanziario del Paese).

Che vuol dire? Che la politica ha dovuto arretrare. E adesso? È arretrata talmente tanto e per così tanto tempo che non riesce a darsi un convincente orizzonte da cui riprendere il discorso. Un po’ perché manca la spinta di popolo, preoccupato di ben altro. Un po’ perché a furia di non farla, la politica è lei che si dimentica di te.

E allora, a meno di un anno dal ritorno alle urne restano ignote ancora molte cose, sul piano delle regole del gioco, innanzitutto, e poi sul piano della visione. Sulle regole: dopo lo spottone del taglio dei parlamentari con scontata sanzione popolare al referendum, perché quando si chiede di tagliare le gambe al politico è difficile non incontrare consenso, resta da riparare al vuoto che si è venuto a creare, se non si vuole abbandonare la legislatura alla malora. Mettendo innanzitutto mano alla legge elettorale, per ripristinare, peraltro, un decente rapporto tra mandanti e rappresentanti, che cancelli l’insulto delle liste bloccate. In un parlamento ridotto, che subirà un’inevitabile distorsione maggioritaria, la scelta dal basso degli eletti potrebbe rappresentare l’unico correttivo alla potestà assoluta dei capi. E poi occorrerebbe anche mettere un freno all’attività compulsiva dei riformatori di regole elettorali fissando maggioranze speciali per approvarne le leggi: siamo oltre il livello della nevrosi, con cinque leggi elettorali (tra quella di partenza e quella d’arrivo) più due pronunce della Corte Costituzionale in un lasso di tempo che va dal 1993 al 2017.

E non abbiamo ancora finito: non esiste un Paese democratico al mondo che abbia maneggiato le regole del gioco in modo più ossessivo, affidando allo strappo delle maggioranze i cambiamenti delle regole del gioco. Trascurando il resto (che non è poco: si pensi alla devastante incompiutezza che caratterizza il nostro quadro istituzionale, a cominciare da quel monumento che sono le province, lasciate a metà nel processo di rimozione, come un palazzo in demolizione rimosso solo un poco e rimasto col tetto sfondato e qualche appartamento senza muro di facciata), resterebbero i regolamenti parlamentari. È difficile immaginare un parlamento ridotto capace di funzionare senza mettere mano a una vigorosa riforma dei regolamenti. Senza si rischia davvero l’impasse.

Poi c’è il capitolo della “visione politica”, che è molto più complicato. Senza risposta sono le domande più semplici tipo qual è l’idea dell’Italia e poi dell’Europa, che il partito X, il raggruppamento Y, intendono proporre e con quali alleanze intendono perseguirla? Insomma: oltre a strizzare l’occhio e a lisciare il pelo ad ogni elettore che passa, possiamo contare su un’idea-forza su cui poggiare l’impalcatura politica di questo e di quello?

In conclusione un invito. A Mario Draghi. A tenersi nei pressi. Non si sa mai, se la politica dovesse ancora straniare, per favore si renda ancora disponibile.

Phisikk du role - Il limbo della politica

A meno di un anno dal ritorno alle urne restano ignote ancora molte cose, sul piano delle regole del gioco, innanzitutto, e poi sul piano della visione. Serve mettere innanzitutto mano alla legge elettorale, per ripristinare, peraltro, un decente rapporto tra mandanti e rappresentanti, che cancelli l’insulto delle liste bloccate. Ma non soltanto. E Draghi…

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