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La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026 contiene, tra i suoi allegati tematici, un inserto interamente dedicato alle tecnologie quantistiche. Il documento parte dalla premessa che la sfida posta dal quantum computing rappresenta già oggi uno dei principali terreni di confronto tra le grandi potenze, con implicazioni che toccano la crittografia, l’intelligence, le infrastrutture critiche e la competitività economica. 

Tre filoni, una posta in gioco

Gli investimenti nel settore si articolano lungo tre direttrici principali. La prima è il quantum computing, che sfrutta i principi della meccanica quantistica per esplorare simultaneamente un numero esponenziale di soluzioni a problemi complessi, eseguendo calcoli che richiederebbero tempi impensabili per i sistemi tradizionali. La seconda è il quantum sensing, che garantisce una precisione senza precedenti nella misurazione di proprietà fisiche in ambienti dove i sensori convenzionali risultano insufficienti, con applicazioni in ambito medico, geologico e militare. In particolare, le applicazioni del quantum sensing potrebbero rappresentare una frontiera inedita per la guerra sotterranea e sottomarina. La terza è quella della quantum security and communications, che offre protezione crittografica avanzata ma, per converso, abilita anche la possibilità di decrittare le comunicazioni altrui. La Relazione afferma senza mezzi termini che chi acquisirà la leadership su queste applicazioni otterrà un vantaggio strategico di portata difficilmente colmabile a posteriori.

Chi è avanti e chi no

Su 441 aziende quantistiche censite a livello globale, il 32% si trova nell’Unione europea, circa un quarto negli Stati Uniti, il 5% in Cina. Una distribuzione che, a prima lettura, sembrerebbe favorevole all’Europa. Il quadro si complica guardando però alle dimensioni e all’età delle imprese. Il 60% di quelle europee è stato fondato dopo il 2018, contro il 28% delle americane, e la quota di grandi e medie imprese nell’Ue si ferma al 13%, rispetto al 29% statunitense e all’82% cinese.

Sul fronte dei brevetti, tra il 2017 e il 2024 sono state registrate circa 30mila famiglie nel settore quantistico. La Cina ne detiene circa il 46%, gli Stati Uniti il 23%, mentre Ue e Giappone si attestano entrambi intorno al 6%. Vale la pena notare che i brevetti cinesi tendono a essere registrati prevalentemente nel mercato domestico – un “home bias” che ne limita la proiezione internazionale – mentre le aziende europee mostrano una crescente propensione alla co-brevettazione con partner stranieri. Circa il 17% dei brevetti complessivi è in mano a università e centri di ricerca, il che segnala quanto il settore sia ancora lontano dalla piena maturità industriale.

Il problema della crittografia

È sul versante della sicurezza informatica che le implicazioni delle tecnologie quantistiche diventano più immediate. Gli attuali sistemi crittografici poggiano infatti su problemi matematici che i computer tradizionali non riescono a risolvere in tempi ragionevoli. Il quantum computing mette in discussione questa architettura.

Due algoritmi quantistici sono al centro dell’analisi della Relazione. L’algoritmo di Shor è in grado di fattorizzare numeri interi in tempo polinomiale, minacciando direttamente la crittografia asimmetrica su cui si regge la sicurezza di gran parte delle comunicazioni digitali. L’algoritmo di Grover, invece, accelera quadraticamente gli attacchi brute-force, rendendo necessario un aumento delle lunghezze delle chiavi nei sistemi simmetrici. Nessuno dei due è operativo su larga scala oggi, ma la direzione che le minacce emergenti stanno imboccando è quella.

A questi rischi diretti se ne aggiunge uno di natura temporale, noto come “harvest now, decrypt later”. In altre parole, significa che attori ostili potrebbero già oggi intercettare e archiviare grandi quantità di dati cifrati, con l’obiettivo di decifrarli quando avranno a disposizione sufficiente potenza computazionale quantistica. La risposta che la comunità scientifica sta sviluppando si chiama post-quantum cryptography, una classe di algoritmi costruiti su problemi matematici considerati resistenti anche agli attacchi quantistici, ancora in fase di standardizzazione, e quindi, tecnicamente, “a prova di futuro”.

Dual-use e geopolitica

La Relazione inquadra il quantum computing come una tecnologia dual-use nel senso più esteso del termine. Sul versante delle opportunità per la sicurezza nazionale, i sistemi quantistici potranno potenziare le capacità analitiche dell’intelligence, migliorare la difesa delle infrastrutture critiche, supportare le attività Osint e abilitare sistemi di comunicazione sicura attraverso la Quantum key distribution. Sul versante dei rischi, l’accesso diseguale a queste tecnologie potrebbe ridisegnare alleanze, generare nuove dipendenze tecnologiche e alterare i rapporti di forza internazionali. Il controllo della filiera quantistica, sottolinea il documento, è già parte del concetto di sovranità tecnologica nazionale.

Un settore ancora in costruzione

La Relazione non ignora i limiti attuali. Le tecnologie quantistiche non hanno ancora raggiunto il grado di stabilità necessario per una commercializzazione su vasta scala. La necessità di operare a temperature prossime allo zero assoluto, in ambienti altamente controllati, è solo uno dei molti vincoli tecnici che separano la ricerca dall’applicazione industriale. La traiettoria di sviluppo è però tracciata, e il documento suggerisce che nei prossimi anni, accanto alle rivalità tra grandi potenze, si apriranno probabilmente anche tavoli di cooperazione internazionale per la definizione di standard comuni e la protezione delle supply chain tecnologiche.

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