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C’è un punto in cui la polemica smette di essere tale e diventa frattura. Lo scontro tra Donald Trump, Giorgia Meloni e Papa Leone XIV segna esattamente questo passaggio: un cortocircuito tra politica, fede e strategia internazionale, mentre sullo sfondo restano due dossier incandescenti, dall’Iran all’Ucraina. Le parole del presidente americano – durissime anche verso la premier italiana – certificano una tensione senza precedenti tra alleati. In questo contesto si inserisce la lettura del senatore dem Alessandro Alfieri, che a Formiche.net analizza rischi e contraddizioni di una fase segnata da instabilità e riposizionamenti.

Senatore, Trump ha attaccato frontalmente il Papa. Che segnale è?

Trump ha superato una linea rossa attaccando il Papa. Tra l’altro il mondo cattolico negli Stati Uniti ha votato in larga parte per lui, quindi siamo di fronte a qualcosa di ancora più grave. Questa volta la misura è colma. Trump è convinto di aver vinto grazie al suo istinto, continua a fidarsi solo di quello ed è circondato da una serie di yes man che hanno paura di dissentire. Si crea così una sorta di effetto bunker: la principale potenza mondiale è guidata da un leader che risponde solo a se stesso, il cui unico limite – come lui stesso ha dichiarato – è la coscienza morale.

Che impatto ha tutto questo sugli equilibri internazionali?

Dentro questo quadro è evidente la difficoltà a intravedere una strategia sull’Iran. C’è una grande incertezza, anche sul piano economico, dovuta alle dichiarazioni contraddittorie sui dazi. Il risultato è un caos internazionale che si riflette anche sugli alleati.

E l’Italia come si è mossa in questa fase?

Il governo italiano è stato quello più supino, arrendevole e passivo. In alcuni casi quasi compiacente verso gli Stati Uniti, basti pensare a certe dichiarazioni pro Trump anche su scenari delicati come il Venezuela. È stato incredibile, per esempio, che Meloni abbia aspettato nove ore prima di prendere posizione dopo l’attacco di Trump al Papa.

Ora però sembra esserci un tentativo di smarcarsi da Washington, a maggior ragione dopo gli attacchi subiti dal tycoon.

Sì, c’è un tentativo tattico di riposizionamento. Lo si vede anche su Israele, con prese di distanza e la sospensione dell’accordo militare. Ma non è chiaro dove porterà. Nel frattempo abbiamo perso tempo prezioso e siamo rimasti ai margini della strategia europea. Non siamo nel gruppo dei Paesi che spingono per una vera integrazione della difesa Ue. 

Quanto pesa il cambio di scenario in Ungheria?

Molto. È evidente che l’Ungheria è stata utilizzata come testa di ponte per provare a disarticolare l’Unione europea da parte degli Stati Uniti di Trump. La sconfitta di Orbán cambia le cose e rende ancora più evidente lo spiazzamento di Meloni. La premier ha capito un’equazione molto semplice: gli italiani vanno alla pompa di benzina e sanno bene chi ringraziare quando i prezzi salgono.

In questo quadro, come giudica la scelta di Schlein di esprimere solidarietà a Meloni?

Ha fatto bene. Di fronte a un attacco esterno di quel tipo era giusto dare un segnale di unità nazionale, mostrandosi anche con il volto di un partito di governo. 

Veniamo ai fronti caldi. Iran. Quali mosse dal fronte occidentale sarebbero auspicabili?

Bisogna lavorare per la de-escalation. È fondamentale riprendere i negoziati sul nucleare per evitare che Teheran possa avanzare su quel terreno. E allo stesso tempo bisogna mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz, perché gli europei stanno già pagando un prezzo altissimo.

E sull’Ucraina?

Le parole di Budanov sono state molto importanti, soprattutto sul tema delle garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti. Ci sono margini per provare ad arrivare a un livello di trattativa diplomatica, ma serve una spinta forte dell’Europa. La vittoria in Ungheria può aiutare in questa direzione: il nuovo leader non rinuncerà al gas russo, ma sosterrà gli aiuti economici a Kyiv e avvierà riforme per superare il blocco dei fondi europei. È un passo avanti anche sullo stato di diritto e verso una normalizzazione dei rapporti con Bruxelles.

Con Trump la misura è colma, l'Italia ha perso tempo prezioso. La versione di Alfieri

Trump supera la linea rossa attaccando il papa e alimenta un clima di caos internazionale, mentre gli Usa appaiono guidati da una leadership sempre più isolata. In questo contesto, secondo Alfieri, il governo italiano ha mostrato subalternità e ritardi, tentando solo ora un difficile riposizionamento. Intanto restano aperti i fronti di Iran e Ucraina, dove serve una forte iniziativa diplomatica europea per evitare escalation e rilanciare i negoziati

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