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Il terremoto ucraino e l’invasione russa scuotono anche la politica europea. Per Marian Wendt, deputato della Cdu al Bundestag dal 2013, sono due le linee rosse che Vladimir Putin (suo malgrado) ha tracciato in Europa. La prima: un colpo di reni alle spese nella Difesa, che inizia a rompere tabù tra Berlino e Roma. La seconda: una chiarezza di fondo sui rapporti con Mosca che per i partiti più affezionati, a partire dalla Lega di Matteo Salvini, non è più rimandabile.

Scholz, un socialista, che infrange il muro del 2% nella Difesa. Fa effetto?

È un passo storico, a prescindere da chi governa in questo momento. La politica e la società tedesca sono solitamente inclini al pacifismo: non vogliamo inviare all’estero armi, non vogliamo mettere i nostri stivali nelle guerre altrui.

E invece…

L’Ucraina ha cambiato paradigma: dalla Cdu alla Spd, cresce il pressing per difendere Kiev. Era dalla guerra in Serbia che non inviavamo all’estero armi anticarro, razzi ed equipaggiamento militare.

La Cdu sostiene la svolta?

Noi lo diciamo da tempo, lo abbiamo ribadito all’ultimo congresso del partito: dobbiamo investire di più nella Difesa. Gli esperti e l’intelligence ci avevano avvisato: Putin aveva già preparato questa guerra sul suolo europeo. La Germania investe molto nella tecnologia militare, nei microchip, ha aziende d’eccellenza nel settore. Ma non investe nel suo esercito, complice una retorica agitata dalla sinistra per cui il Bundeswehr non è una necessità. La storia ci sta dando ragione.

L’Italia dovrebbe fare altrettanto?

È il momento di un salto in avanti, non solo per l’Italia ma per tutti i Paesi europei. A ognuno il suo: c’è chi è più bravo nel settore militare, chi nella marina, chi ancora come noi nell’aviazione. Roma deve fare la sua parte e raggiungere quota 2% del Pil nella Difesa. Il governo italiano investe molte risorse nella sicurezza sociale, trasferimenti, pensioni, sussidi, ma questa non è una priorità da meno.

È anche il momento di una revisione profonda dei rapporti politici con Mosca?

La guerra in Ucraina è contro Putin, non contro la Russia. Non possiamo permettere che un intero Paese e la sua società civile cadano sotto i colpi di un regime dittatoriale: nel medio-lungo periodo dobbiamo riaprire un canale con i russi. Anche la Germania post-nazismo ha avuto una possibilità ed è tornata ai tavoli occidentali.

In questi anni una parte del suo partito ha avviato un’interlocuzione con la Lega di Matteo Salvini in ottica di aprire un varco verso il Partito popolare europeo (Ppe). La vicinanza a Mosca e il rapporto con il partito di Putin Russia Unita possono diventare un ostacolo?

Diciamo la verità: nel Ppe convivono posizioni diverse sulla Russia. Ci sono leader che hanno rapporti stretti con Mosca, penso a Orban, e ci sono buone ragioni per non chiudere del tutto: non esiste sicurezza europea tagliando definitivamente fuori la Russia. Dobbiamo avere buone relazioni con questo Paese. Non con questo presidente e il regime che lo tiene in piedi. Ma c’è altro.

Cosa?

Con la Lega c’è un’altra differenza: per poterci parlare dovrebbe fare un passo verso una riforma della democrazia nel partito e nella scelta della sua struttura. Salvini è stato rieletto segretario nel 2017, da allora nessun Congresso. Noi ogni due anni siamo costretti a farlo.

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