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I numeri dei recenti sondaggi dovrebbero essere più che chiari. Le ali estreme lentamente ma inesorabilmente stanno perdendo consensi. I partiti che si sono spostati al centro, al di là della propria collocazione originale, invece guadagnano.

Se si sommano le percentuali di Fd’I, Pd e FI c’è un blocco di oltre il 60% dei voti. Lega e M5S invece si attestano intorno al 20%. Anche scontando il 50% di gente che non va alle urne ed è stufa di questa politica, c’è un messaggio incontrovertibile: l’Italia vuole stare al centro ed è stufa di estremismi che non hanno portato a niente. È la fine strutturale di un bipolarismo che non è riuscito mai ad attecchire nel Paese, perché l’Italia ama litigare in pubblico e accordarsi in privato.

Quindi se le tre formazioni di mezzo si accordassero prosciugherebbero ulteriormente i consensi alle ali. Così il governo avrebbe una maggioranza solida con cui affrontare le riforme di ampio respiro necessarie. Viceversa, l’esecutivo di Giorgia Meloni sta battendo tutti i record di durata senza affrontare i problemi strutturali ma vivendo di giorno in giorno, travolto dall’ansia.

Di questo passo Meloni può anche restare premier per dieci anni, o riuscire a trasferirsi in Quirinale senza che cambi nulla al Paese. Il punto non è la riforma del premierato, ma un’alleanza in mezzo che escluda le ali.

Questa alleanza è un patto tra signore. Meloni guida FdI, Elly Schlein ha il Pd e Marina Berlusconi tira le fila di FI. Fra le tre probabilmente solo Marina Berlusconi non è una prima donna. È in seconda fila, e per mille motivi non è opportuno che passi in prima. Poi oltre a un partito ha una storia e una forza vera, grazie alle sue imprese e ai media, ed è l’unica che in teoria potrebbe federare il tutto.

Il problema è capire se le altre sarebbero disponibili. Schlein si è legata a Conte, di cui subisce il fascino personale e politico. Meloni è al potere da sola e ragionevolmente non ha interesse a condivisioni. Il fattore personale non è indifferente in politica come altrove. Meloni e Schlein dovrebbero mettere da parte il proprio protagonismo per il bene del Paese, perché in un patto le due leader dovrebbero ciascuno fare un mezzo passo indietro. Non è facile. Da un punto di vista personale, penserebbero: perché devo farmi indietro quando sono io ad avere raccolto successo?

Qui lo gliommero si arravoglia, direbbe Gadda. La stampa in questi giorni riporta le denunce del ministro della Difesa Guido Crosetto di una penetrazione reale e pervasiva di Mosca in Italia. In realtà non è cosa nuova: l’Italia è terreno di scontro di questa nuova guerra fredda strisciante esplosa con l’invasione russa dell’Ucraina. Il vertice tra i presidenti americano e cinese Donald Trump e Xi Jinping del 30 in Corea sarà la prima volta in cui la Repubblica popolare parlerà agli Usa da una posizione di forza (vedi questo articolo). Sarà un inizio, quasi formale, di un confronto cordiale ma netto e duro di quella che per mancanza di altri termini va chiamata Seconda Guerra Fredda. La Russia sta dall’altra parte, contro gli Usa, di cui l’Italia è alleata.

Nella prima guerra fredda i filo sovietici e i nostalgici del ventennio vennero espulsi dalle stanze dei bottoni. Nella seconda è improbabile si faccia un’eccezione. Quindi la convergenza al centro degli elettori coincide anche con esigenze internazionali.

Questo lascia alla signora Berlusconi, rimossa dalla ribalta politica, l’arduo compito di mediare e riportare tutti a casa. Se ci riuscirà avrà per tanti versi anche vendicato la memoria del padre, oltre che avere compiuto un servizio inestimabile al Paese e agli alleati.

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