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Alla fine del 2021 i servizi segreti italiani non si aspettavano che Vladimir Putin avrebbe ordinato alle sue truppe di invadere l’Ucraina. È quanto emerge nella Relazione annuale dell’Intelligence relativa all’anno 2021, un rapporto declassificato (che dunque non comprende le informazioni che sono state ritenute meritevoli di segretezza e nasce sulla base delle indicazioni del potere esecutivo) del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza.

“Nello spazio post-sovietico” si è “intensificata volontà russa di riaffermare la propria primazia, considerando le Repubbliche ex sovietiche come il perimetro minimo di sicurezza che garantisce profondità strategica all’azione esterna di Mosca e alla sua volontà di essere riconosciuta fra le grandi potenze mondiali”, si legge. In questo clima, “alla vigilia dell’acutizzarsi della crisi russo-ucraina”, “il 2021 si è concluso nel segno di una triplice dinamica”, spiega l’Intelligence italiana. Prima: “l’incertezza sulla volontà russa di passare all’offensiva, oppure di utilizzare gli spazi diplomatici al fine di convincere i Paesi occidentali a rivisitare gli equilibri securitari nel continente europeo”. Seconda: “la ripresa del dialogo, sia attraverso il formato negoziale Normandia, attivo sin dalla crisi del Donbass, che ai tre livelli Stati Uniti-Nato-Osce configuratisi a seguito delle bozze di accordi di sicurezza proposti dalla Russia”. Terza: “la predisposizione di strumenti sanzionatori e di deterrenza”.

La lettura dei cosiddetti Organismi informativi italiani (cioè il Dis e le due agenzie, Aise e Aisi) della situazione in Ucraina è in linea con quella delle altre intelligence europee. Non con quella delle agenzie anglo-americane che da ottobre, come ricostruito anche su Formiche.net, avevano avvisato i rispettivi governi e nelle settimane successive avevano deciso di avvisare gli alleati e alzare il livello di attenzione sulle mosse di Putin. Il tutto con due strumenti: una strategia che su Formiche.net abbiamo definito iper-comunicativa, la declassificazione di materiale a favore degli alleati.

Tre episodi. Primo: a metà novembre Avril Haines, ex vicedirettrice della Cia, oggi a capo della comunità d’intelligence nazionale degli Stati Uniti, era volata a Bruxelles per informare gi ambasciatori della Nato su quella che allora era soltanto un’ipotesi ma molto accreditata, cioè l’intervento militare russo in Ucraina. Secondo: pochi giorni dopo, in occasione del suo primo discorso pubblico da capo del Secret Intelligence Service, Richard Moore aveva avvisato Mosca che “non dovrebbe avere dubbi sul sostegno dei nostri alleati alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina”. Terzo, il 3 dicembre i funzionari dell’intelligence statunitense indicavano che la Russia avrebbe radunato 100 gruppi tattici armati e 175.000 uomini (alla fine i numeri si sono rivelati più alti) per “un’offensiva su più fronti”, come scriveva il Washington Post.

In merito a ciò, però, è necessaria un’osservazione. Alla luce di quanto avvenuto, il Dipartimento avrebbero anche potuto modificare ex post il testo. Il fatto che trasparenza e onestà intellettuale abbiano prevalso dovrebbe rassicurare i cittadini, forse anche di più rispetto a una valutazione non corretta e coerente con le analisi di tutte le principali intelligence europee.

Nella relazione, dopo la Russia, viene la Cina, definita come “l’altro attore globale d’interesse informativo”. Il suo attivismo in Europa e nel Mediterraneo “si manifesta soprattutto sul piano economico. Pechino vede in questa macro-area dei mercati fondamentali per le proprie merci, operando altresì, sul piano dei rapporti bilaterali”, scrivono gli Organismi. Al netto delle ambizioni cinesi – regionale, polare e spaziale – trattate, fuori dalla relazione rimangono aspetti che evidenziano quanto la minaccia di Pechino sia trasversale.

Due esempi: la penetrazione nei settori strategici evidenziata in un rapporto di fine 2020 dal Copasir e l’influenza in ambiti accademici attraverso gli Istituti Confucio, definiti dal sinologo Maurizio Scarpari come luoghi in cui la Cina, è “giunta tra noi” con “ambizioni forti”, “che mirano l’assetto geopolitico dell’intero pianeta, imponendo a chiunque, prima di tutto a noi sinologi, riflessioni nuove e scelte ben ponderate”. 

D’altronde, le attività di “spionaggio, ingerenza e minaccia ibrida” hanno occupato nel 2021 soltanto il 4% dell’output informativo dell’Aise e l’1% dell’Aisi. Nell’anno appena trascorso “l’intelligence”, si legge, “ha continuato a promuovere le attività volte alla messa a sistema delle capacità nazionali per individuare, prevenire e contrastare la minaccia ibrida”, che per sua natura rimane di difficile individuazione e attribuzione.

Questo discorso vale per la Cina tanto quanto per la Russia. Si pensi alla sfida contro la pandemia Covid-19. “Al soft power del vaccino, russi e cinesi hanno aggiunto lo sharp power della disinformazione, l’arma affilata per denigrare i vaccini occidentali attraverso fake news diffuse nella Rete”, scriveva qualche mese fa Repubblica. È lo stesso giornale che nelle scorse ore ha raccontato come alcune chat No Vax si siano date alla propaganda russa anche sul guerra di Putin all’Ucraina: “Almeno quattro dei gruppi Telegram di negazionisti del virus già attenzionati dai Servizi si convertono alla contronarrazione di Mosca”, è il sommario eloquente dell’articolo.

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