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“Il giudizio che possiamo dare oggi sul Green Deal europeo è molto diverso da quello di quattro anni fa, quando abbiamo annunciato l’obiettivo zero emissioni nette. Al tempo le reazioni variavano dall’ammirazione di Greenpeace all’incredulità di altri e allo scetticismo di gran parte dei settori industriali. Ma lo scorso novembre siamo usciti da Glasgow con il 70-80% di Pil mondiale impegnato ad arrivare a zero in un lasso di tempo compatibile con l’opinione scientifica”.

Le parole sono di Mauro Petriccione, direttore generale della Direzione Generale Clima della Commissione europea; vale a dire, uno dei vertici del processo di transizione ecologica di un attore geopolitico, l’Unione europea, che per molti versi è leader incontrastato nel massiccio processo di riconversione dell’economia in chiave verde. O come l’ha messa giù lui stesso parlando all’evento di Task Force Italia, “rigirare come un calzino un’economia costruita in quasi due secoli”.

Per delineare gli sforzi globali nella corsa alla decarbonizzazione l’eurocrate ha parlato per un’ora e mezza, incalzato dalle domande di un gruppo variegato di panelists – il presidente di TfI Valerio De Luca, la vice Secondina Ravera, la consigliera d’amministrazione di Terna Valentina Canalini, il professore emerito di economia della Luiss Jean Paul Fitoussi e l’Energy Leader di PWC Emea Alessandro Grandinetti. Il tema della transizione è vasto, comprende dinamiche geopolitiche ed economiche di primo piano e rischia di essere il driver principale delle dinamiche del Ventunesimo secolo.

Una questione geopolitica

Oggi, ha spiegato Petriccione, l’Ue vede gli altri Paesi impegnati in un dibattito che ha anticipato in qualità di pioniera globale: si era partiti dal puntare a zero emissioni nette e ora si dibatte del come. L’ufficiale ha ricordato lo slogan di un cartello dei jilet jaunes che gli era rimasto impresso – sulla falsariga di “se devo scegliere di preoccuparmi per la fine del mondo o la fine del mese, scelgo la seconda” – per spiegare il piano presentato dalla Commissione l’anno scorso; a suo dire Fit for 55 è “basato su legislazione, misure regolamentari, investimenti massicci e tecnologie esistenti e provate”.

Tuttavia gli sforzi europei vanno presi per quello che valgono: relativamente. Oggi l’Ue produce l’8% delle emissioni globali, che scenderanno a 4% nel 2030 se tutto va come i piani. Qualcuno deve pur cominciare, ha rilevato Petriccione, ma senza gli sforzi degli altri major emitters – come Cina, Usa, India e Russia – non si potrà limitare il riscaldamento globale entro livelli accettabili. Motivo per cui la leadership climatica europea deve tradursi anche in sforzo diplomatico, giacché la questione è talmente importante, ha spiegato l’eurocrate, che l’Ue ha deciso di trattarla indipendentemente dalle altre dinamiche di politica internazionale – per quanto possibile.

Di buono c’è il pieno allineamento con gli Usa, il “partner essenziale” dell’Ue, senza cui “non si sarebbero siglati gli accordi di Parigi”. Negli ultimi 24 mesi Petriccione ha registrato un interesse crescente a cooperare anche da parte della Cina (che ha rivisto al rialzo i propri obiettivi) e persino la Russia. Lì la comunità scientifica è solida e conosce gli effetti della crisi climatica, ha spiegato Petriccione, tra cui l’affondamento delle città per via dello scioglimento del permafrost; “magari non lo dicono, ma lo sanno”. La difficoltà di Mosca sarà “svezzare l’economia russa dal denaro facile dei combustibili fossili – non che non ci stiano provando”.

Le soluzioni al caro-energia

Il tema energia, fulcro della transizione, è certamente tra i dossier più scottanti del momento. Registrando il ruolo del gas nella crisi energetica europea, Petriccione ha ricordato che ci si scorda “convenientemente” che i prezzi del metano sono stati molto bassi per molto tempo. Per l’uomo di Bruxelles la corsa verso le rinnovabili va accelerata: per via della situazione attuale, tra dipendenze dai fornitori e corsa alle risorse, “stiamo deliberatamente creando una situazione in cui i prezzi saliranno fino al 2030, forse dopo, e poi cominceranno a scendere”: ossia quando gli investimenti nelle rinnovabili pagheranno.

Sul breve termine la soluzione di Petriccione è reindirizzare i fondi delle tasse sull’energia (che è “ipertassata in Europa”) e racimolare le risorse per aiutare le fasce più esposte (“in Italia si potrebbe fare il doppio, e senza pesare sul bilancio”) per ammortizzare l’impatto delle bollette più alte. Occorre anche dare risposte al mondo industriale – “l’impresa sa adattarsi quando viene data prevedibilità, il consumatore no” – e pensare a finanziamenti e sostegni per stabilizzare i prezzi.

Come coprire i costi? La Commissione ha proposto che tutti i ricavati dalle tasse sulle emissioni vengano utilizzati per la politica energetica mediante un fondo sociale, finanziato direttamente da esse, redistribuito dall’Ue sulla falsariga del Pnrr ma cedendo interamente il controllo sugli obiettivi sociali agli Stati. Questa misura entrerebbe in vigore nel 2026, sempre che Fit for 55 passi dal Parlamento di Strasburgo.

Se la chiave è la green tech

In tutto questo l’Europa si sta posizionando meglio di altri. Siamo alla vigilia di un salto tecnologico necessario, ha ammonito l’eurocrate, e l’Ue innova meno rispetto ai suoi concorrenti. Con un’eccezione: le tecnologie verdi. “Se innoviamo in processi produttivi efficienti abbiamo la possibilità di un recupero enorme. In termini di costi puri di operazione, oggi l’energia rinnovabile è la meno cara”. Anche l’acciaio verde sarebbe il più competitivo, ha spiegato, al netto del costo degli investimenti per riconvertire la filiera industriale.

L’ufficiale ha espresso il niet del’Ue alle tecniche di cattura e stoccaggio del carbonio dall’aria (Ccs): “ci investiamo da vent’anni ma non caviamo un ragno dal buco”. Per quanto riguarda la frontiera dell’idrogeno, Petriccione è stato lapidario: quello grigio (prodotto emettendo CO2) “non ci interessa”. L’idrogeno blu (prodotto catturando e stoccando le emissioni) potrebbe essere valido per creare il mercato e innescare il circolo virtuoso della domanda e della risposta: la tecnologia è già scalabile, ha spiegato, ma la questione è aperta.

Tocca affidarsi alle strutture poco valide, come quelle russe, dove le fuoriuscite di idrogeno, assieme alla produzione “sporca”, per ora inquinano più del ricorso al gas naturale. In principio la transizione russa verso la produzione di idrogeno meno inquinante è perfettamente fattibile, ha detto l’eurocrate, “ma non ho ancora visto i russi risolvere un problema a lungo termine”. Tutto considerato, si tratta di quanto sarà scalabile la tecnologia per produrre l’idrogeno verde (prodotto con elettricità pulita) e quanto conterà quello blu nel periodo di transizione.

 

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