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Il “puzzle” geopolitico e strategico che si sta delineando in Afghanistan si sta complicando di giorno in giorno: non sarà facile trovare una situazione al “pasticcio” che si è creato dopo il frettoloso ritiro delle truppe Nato. Tuttavia, la comunità internazionale (e l’Occidente in primis) non può tirarsi indietro rispetto a una crisi che richiede un approccio allargato, multilaterale e condiviso per tentare di pervenire ad una composizione dei molteplici interessi in gioco, all’interno come all’esterno del paese centro-asiatico.

Come fare? Innanzitutto, bisognerebbe partire da un principio di base: evitare di ricreare situazioni di guerra civile endemica/permanente già viste in passato nell’area (per esempio in Iraq e Siria, ma anche in Libia). Non soltanto per evitare di fomentare l’instabilità politica, ma anche perché un tale scenario arrecherebbe sofferenze ulteriori alla popolazione afghana – già prostrata da decenni di violenza – e distoglierebbe le risorse internazionali dagli aiuti umanitari per aumentare le spese militari. Inoltre, una nuova missione internazionale che si dovesse rendere necessaria per contrastare il diffondersi delle organizzazioni terroristiche sarebbe destinata ad avere esito negativo nel lungo periodo (come del resto ci insegna il recentissimo passato).

La situazione che si è andata creando nelle ultime settimane è il frutto – ora giunto a maturazione – degli accordi di Doha stipulati all’inizio del 2020. Infatti, quegli accordi avevano praticamente già consegnato l’Afghanistan nelle mani dei talebani, anche se con una timeline più lunga di quella che si è effettivamente verificata. A Doha era stata ignorata la complessità della situazione afghana, basata su solidarietà tribali ed etniche più che sulla solidità delle istituzioni e della nazione che, come abbiamo visto, si sono sciolte come neve al sole nel giro di pochi giorni. Un contesto reso ancora più intricato e travagliato dalle infiltrazioni terroristiche che hanno funestato per anni la vita degli afghani. Insomma, il fallimento della missione Nato e i guai di oggi vengono proprio da questi accordi, che consideravano già spacciato il governo Ghani escludendo tuttavia la partecipazione di altri Stati che nutrono interessi in Afghanistan. In buona sostanza, si è trattato di un passaggio di consegne tra Stati Uniti e talebani deciso senza consultare terze parti. Un errore di pianificazione da parte degli americani, a cui però anche noi italiani abbiamo fatto seguito ritardando la nostra exit strategy e affrettando in pochi giorni l’evacuazione dei nostri connazionali e degli afghani che avevano collaborato con noi.

Ora che la situazione sembra essere sfuggita di mano , va mantenuto il sangue freddo e pianificare le prossime mosse secondo due fasi. Nel breve periodo va affrontata l’emergenza sanitaria, umanitaria e legata al ritorno del terrorismo. Nel medio-lungo periodo, serve un piano che miri a garantire la stabilità nel Paese, per quanto sia possibile in un contesto così diviso e frammentato. L’incontro straordinario dei leader del G7 deve essere accolto positivamente perché ha visto la volontà da parte dei Paesi più direttamente coinvolti (e che quindi hanno una sorta di responsabilità morale nei confronti dell’Afghanistan) di affrontare l’emergenza immediata. Dal G20, invece, potrebbe arrivare una risposta più strutturata e lungimirante, non fosse altro perché il suo formato più inclusivo consente di mettere attorno allo stesso tavolo la maggior parte degli attori interessati ad esercitare la loro influenza nel Paese. L’impatto del G20 si misurerà anche dalle tempistiche: se il vertice straordinario invocato da Mario Draghi si dovesse svolgere nel giro di pochi giorni, allora si potrebbe trasformare in un trailer di quello che vedremo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in programma alla fine di settembre. Se dovesse invece tenersi dopo il vertice Onu, allora dovrebbe rendere operativi e più stringenti gli esiti delle discussioni in programma a New York.

L’inclusività del G20 potrebbe consentire di mettere a fattor comune le diverse posizioni e interessi in gioco (anche all’esterno dello stesso formato) e trovare una strategia comune. Dall’Arabia Saudita all’Iran, dalla Turchia alla Cina, passando per India e Pakistan, si tratta di Paesi che sono spesso rivali tra loro e che tramite il G20 potrebbero trovare una quadra. Il Pakistan, per esempio, vorrebbe esercitare una presa più decisa sull’Afghanistan (con cui condivide buona parte dei confini) ma potrebbe avere la tentazione di chiudere un occhio di fronte al terrorismo per avvantaggiarsi da una continua instabilità all’interno del suo “vicino”. L’Iran ha invece l’interesse di tutelare la minoranza sciita presente nel Paese, mentre Russia e Cina vogliono evitare il dilagare del fondamentalismo islamico nelle ex repubbliche sovietiche e nello Xinjiang e riprendere il controllo politico ed economico nella regione.

L’Italia ha di fronte a sé una promettente occasione. È alla guida del G20 che avendo una composizione più rispondente alle dinamiche del mondo odierno ha di fatto soppiantato il G7 sul terreno politico, e può contare su di un governo che in Europa è in questo momento molto autorevole, sia per il prestigio di Draghi che per le scadenze elettorali in Germania e Francia che fanno della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron due “anatre zoppe”. Inoltre, le nostre amministrazioni degli Esteri e della Difesa (guidate con prudenza in questa fase dai ministri Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini) hanno dimostrato di saper far fronte con esperienza anche a situazioni di particolare emergenza. Al nostro presidente del Consiglio (e allo sherpa, l’ambasciatore Luigi Mattiolo al lavoro per mettere a punto un comunicato finale condiviso) spetterà preparare il terreno per un accordo tra i leader che potrebbe essere trovato in occasione del summit G20 di fine ottobre. Dal vertice potrebbe uscire un mandato all’Italia per creare e animare un “gruppo di contatto” tra Paesi interessati ad avere un ruolo in Afghanistan, e che potrebbe concretizzarsi nel giro di alcuni mesi in una conferenza internazionale.

Si tratta di un’opportunità importante non solo per la stabilizzazione dell’Afghanistan, ma anche in vista di obiettivi indiretti come il rapporto con la Russia. In questo senso, la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Roma potrebbe essere servita per preparare il terreno e discutere anche della sua politica nel Mediterraneo dalla Siria alla Libia all’Iraq: inserire Mosca in questo processo potrebbe poi essere propedeutico per un suo ritorno nel G7, qualora si riuscisse finalmente a chiudere il doloroso capitolo delle sanzioni. Come ha detto Di Maio, la Russia è un interlocutore “ineludibile”, senza che per questo debba essere considerata un nostro alleato.

L’auspicio dunque è che l’Italia riesca a farsi capofila di un’iniziativa diplomatica di successo. Sperando che i talebani si dimostrino disponibili al confronto, nell’ottica di combattere i terroristi dello Stato islamico che si sono curiosamente trasformati in “nemico comune”. Del resto, quanto accaduto giovedì all’aeroporto di Kabul dimostra che anche i talebani hanno i loro grattacapi: se non agiamo in fretta, i loro problemi potrebbero diventare in fretta anche i nostri.

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