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Il 2021 ha segnato un momento di svolta nel dibattito su social media e società. È stato l’anno dei Facebook Files, le rivelazioni della whistleblower Frances Haugen, che oggi lavora a stretto contatto con le istituzioni americane ed europee. Queste, a loro volta, sono sempre più determinate a imbrigliare le piattaforme tech dopo anni di sforzi inconcludenti.
Nei Facebook Files i parlamentari di Washington e Bruxelles hanno trovato altre prove dei pericoli insiti negli algoritmi. La differenza: stavolta erano molto più comprensibili ai non addetti ai lavori, come ha dimostrato la reazione pubblica alla correlazione tra utilizzo di alcuni social media e disturbi alimentari, prevalente tra le ragazzine.

Questo ha portato alla vera rivoluzione: piuttosto che vaghi discorsi su censura digitale e libertà di parola, i regolatori adesso si stanno concentrando sul vero cuore della questione, cioè l’amplificazione algoritmica: come i contenuti digitali vengono diffusi sulle piattaforme social, quali hanno più portata, perché questo avviene, gli effetti sul dibattito pubblico e dunque sul tessuto sociale.

Trasparenza algoritmica: il perché e il percome

Le notizie false sulla pandemia hanno reso dolorosamente chiara la concatenazione di questi elementi. Non è un caso che le piattaforme maggiori abbiano iniziato proprio nel 2020 a intervenire sulle fake news con mano molto più pesante, limitando la disinformazione sanitaria e sospendendo i profili dei disseminatori.

Percependo l’attenzione regolatoria in arrivo, diverse Big Tech hanno anche iniziato a rivedere i sistemi di raccomandazione, “colpevolidi proporre contenuti sempre più estremi per mantenere l’attenzione degli utenti. Ma i regolatori non vogliono certo lasciare tutto il potere decisionale alle compagnie private, né legiferare al buio, senza una comprensione approfondita e basata sui dati di come l’algoritmo impatti la società.

Questa la convergenza di elementi che ha portato i parlamentari americani ed europei a concentrarsi sulla trasparenza algoritmica. Negli Usa – dove per i democratici il problema sono le fake news di destra e per i repubblicani è la censura delle voci conservatrici – una proposta di legge introdotta da senatori bipartisan e pensata per “aprire” gli algoritmi dei social per studiarne gli effetti è l’unica con buone possibilità di sopravvivenza, perché non richiede una posizione di parte. Stando al New York Times verrà ufficialmente introdotta nei primi mesi del 2022.

In Ue invece c’è il Digital Services Act, pensato per costringere le “piattaforme molto grandi” a condividere i dati e il funzionamento dei propri algoritmi proprietari con le autorità. Il pacchetto-legge sarà presto al vaglio del Parlamento (dopo che il suo complementare, il Digital Markets Act, è passato a maggioranza schiacciante) ed Emmanuel Macron, forte della presidenza francese dell’Ue e spavaldo in vista delle elezioni, vuole assolutamente intestarsi il passaggio dei due ddl entro luglio. Date la ferocia della Francia nei confronti delle Big Tech e la fame dei regolatori europei, è molto probabile che già l’anno prossimo le piattaforme tecnologiche dovranno sottostare alle nuove regole.

Il caso CrowdTangle

Il potenziale nocivo dell’amplificazione algoritmica è evidente al grande pubblico almeno dal 2016, l’anno di Cambridge Analytica, dopo cui si palesò l’effetto delle fake news rinvigorite dalle tecnologie digitali e dalla diffusione di internet mobile. Ma come ha sottolineato Mark Zuckerberg, ad di Meta (parent di Facebook), le criticità come polarizzazione e contenuti estremi sono, in fondo, i riflessi digitali della società.
Facebook stessa stava già lavorando per limitare i contenuti più estremi e impedire profilazioni nocive prima che le rivelazioni di Haugen iniziassero a filtrare. E assieme ad altre Big Tech anche Meta ha già invocato l’intervento dei regolatori, asserendo che certe questioni – come la scelta tra crittare i messaggi e renderli disponibili per le forze dell’ordine – sono necessariamente politiche.
Tuttavia è stata la stessa Meta a fornire l’esempio plastico dell’inevitabilità della trasparenza. Nel 2016 l’azienda di Zuckerberg acquisì CrowdTangle, una start-up che aveva creato uno strumento di ricerca in grado di mappare la risonanza di un dato contenuto su Facebook: chi lo ricondivide e in quali gruppi, dove ottiene più interazioni, quali utenti ci interagiscono e quant’altro.
CrowdTangle diventò rapidamente la finestra sul funzionamento di Facebook, utilissima per accademici, ong e giornalisti. Finché la crisi reputazionale dell’azienda (causata dalla crescente consapevolezza dei suoi effetti nocivi sulla società) non portò i dirigenti a vederla come un’irritazione. Nelle parole trapelate di Nick Clegg, vicepresidente degli affari globali di Facebook: “i nostri stessi strumenti stanno aiutando i giornalisti a consolidare la narrazione sbagliata”. Nello stesso periodo l’azienda revocò l’accesso di alcuni ricercatori, provocando un caso mediatico.

Il ritorno di fiamma: a inizio ottobre, dopo che la sua équipe dedita alla trasparenza fu dissolta da Facebook, il fondatore di CrowdTangle Brandon Silverman decise di lasciare l’azienda. Da allora collabora con il gruppo bipartisan di senatori impegnati nella stesura della legge sulla trasparenza algoritmica. Non ha mai agito come whistleblower e non parla del suo passato in Meta, ma il suo bagaglio di informazioni lo rende una delle persone più esperte in materia di amplificazione algoritmica.

[Al momento] poche aziende private stanno diffondendo una quantità massiccia di notizie del mondo. Ciò accade in gran parte all’interno di scatole nere”, ha detto Silverman al NYT nella sua prima intervista da quando ha lasciato Meta. “Penso che trovare il modo di aiutare e, in alcuni casi, costringere le grandi piattaforme ad essere più trasparenti con le notizie e i contenuti civici mentre [questi] sono nel processo di diffusione, può aiutare a rendere le piattaforme social migliori case per il discorso pubblico”.
Silverman e Haugen sono solo due delle decine di ex dipendenti di aziende Big Tech che hanno deciso di collaborare con le istituzioni, un sintomo della consapevolezza che è ora di cambiamenti. In America i whistleblower sono in aumento e le compagnie in questione sono sempre meno in grado di asserragliarsi sulle proprie posizioni – la loro voglia di regolamentazione è anche una presa d’atto del loro ruolo nella società digitale.
Va sottolineato che il caso Facebook-CrowdTangle è sotto i riflettori solamente perché questa è stata l’unica piattaforma a concedere così tanto accesso ai suoi funzionamenti interni, cosa che non si può dire, per esempio, di YouTube (Alphabet) e TikTok (ByteDance). Ma è anche l’inizio dell’effetto-valanga: i regolatori occidentali sono decisi a imporre più trasparenza algoritmica e le piattaforme potrebbero essere costrette a scoperchiare i loro gioielli tecnologici.

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Rivoluzione legale in vista per le piattaforme digitali. La spinta per la trasparenza algoritmica è arrivata con il Covid e i Facebook Files, gli effetti sono nel Dsa europeo e la controparte americana. Perché il caso CrowdTangle anticipa i prossimi passi dell’evoluzione di social e società digitale

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