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Le grandi società immobiliari della Cina, a un passo dal default, devono aver preso decisamente sul serio il diktat di Xi Jinping, che ha invitato gli azionisti di Evergrande e degli altri colossi del mattone insolventi per decine di miliardi verso il mercato a rimborsare i creditori di tasca propria, senza azzardarsi a chiedere uno yuan a Pechino. E così è stato.

Con la differenza che di liquidità in cassa ce ne è poca e allora l’unica soluzione per dare ai creditori sottoscrittori di bond il dovuto è vendere asset. A stretto giro di posta dal messaggio di Pechino, i principali giganti dell’immobiliare più o meno in agonia, hanno cominciato a mettere sul mercato pezzi di portafoglio, fatto di grattacieli, resort, interi complessi residenziali.

Come rivela Bloomberg, ad aprire le danze non poteva che essere Evergrande, simbolo della grande crisi cinese. Il gruppo, indebitato per 305 miliardi di dollari, ha proprio in questi giorni concluso le discussioni per vendere una quota di controllo nella sua attività di gestione immobiliare, raccogliendo circa 2,6 miliardi. Tra i beni messi in vendita per fare cassa, anche gli uffici della società a Hong Kong (il quartier generale è a Shenzhen). Anche Oceanwide Holdings, colosso che ha realizzato una delle torri più alte di San Francisco, finita da poco sotto sequestro in seguito a un’azione legale intrapresa dai creditori furenti per il mancato rimborso dei bond, sta cercando di vendere il suo quartier generale, a Pechino.

E lo stesso vale per Fantasia Holdings, altra società finita sull’orlo del baratro a causa di un debito diventato insostenibile. Basterà tutto questo a frenare i creditori e, soprattutto, impedire il default? In realtà il mercato in questo momento non sembra essere troppo benevolo. Il perché lo ha spiegato alla stessa Bloomberg Matthew Chow, direttore di S&P Global Ratings.

“La maggior parte dei potenziali acquirenti di beni immobiliari messi in vendita da queste società, sono altri operatori del settore, magari più sani di Evergrande. Il problema è che da quando è esplosa la crisi del mattone in Cina, il governo ha posto limiti molto stringenti alle società del settore, che per evitare nuovo indebitamento non possono effettuare acquisizioni troppo grandi”. Di conseguenza, più che di vendita sarebbe il caso di parlare di svendita, visto che per rispettare i vincoli sul debito e consentire la cessione degli asset, occorrerà necessariamente ribassarne il prezzo.

E chissà se, una volta generata quella cassa con cui pagare i creditori e schivato il crack, Pechino non decida di nazionalizzare l’intero settore immobiliare. Di questo sembrano convinti gli economisti di J Capital Research, società di consulenza Usa, per i quali la Cina potrebbe presto o tardi nazionalizzare le sue società immobiliari indebitate per salvare l’intero comparto. Si vedrà, per il momento, bisogna mettersi la mano in tasca.

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