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L’11 novembre 1961 a Kindu, in Congo, si è consumata una grave tragedia per l’Aeronautica militare italiana. Al confine con il Katanga, regione congolese da cui è dilagata la guerra civile che minacciava l’esistenza dell’allora Repubblica del Congo –proclamata poco più di un anno prima– morirono brutalmente uccisi tredici aviatori italiani. A sessant’anni dal terribile eccidio, l’Arma azzurra commemora oggi i suoi caduti, presso la sede della 46esima Brigata aerea di Pisa, con il nuovo capo di Stato maggiore, il generale Luca Goretti. Deposta una corona d’alloro al sacrario di Kindu nel capoluogo toscano e celebrata la messa dall’ordinario militare, l’arcivescovo Santo Marcianò.

LA COMMEMORAZIONE

“Siamo in Niger, non è finito il problema in Africa, e l’Italia sarà presente, in relazioni alle decisione governative, e farà la sua parte come l’ha sempre fatta in tutti questi anni, con orgoglio, passione e competenza”, ha spiegato Goretti. Proprio in questi giorni, infatti, la stessa 46esima Brigata, insieme alla Folgore, è impegnata in Niger in una missione di addestramento del battaglione paracadutisti e delle forze di sicurezza locali. E anche per gli impegni attuali, ha detto il capo della Forza armata, le vittime di Kindu “sono stati un esempio di umanità, e come tali vanno ricordati e riconosciuti; è un tributo che dobbiamo loro e ai loro familiari che non si sono mai stancati di ricordare”. Per l’occasione, è stato restaurato un C-119, lo stesso velivolo utilizzato per la missione di pace in Congo, L’aereo è stato riportato alla colorazione originale. “Volevamo realizzare qualcosa che rimanesse per i prossimi sessant’anni; è il velivolo più grande restaurato dall’Aeronautica”, ha spiegato il comandante della 46esima Brigata, il generale Alessandro De Lorenzo, scoprendo il velivolo all’aeroporto militare di Pisa.

LA VICENDA

Era l’11 novembre 1961 quando due aerei da trasporto C-119 (‘Lyra 5’ e ‘Lupo 33’) della 46esima aerobrigata di stanza a Pisa dell’Aeronautica italiana, partiti dalla capitale Leopoldville, atterravano all’aeroporto di Kindu. I due aeromobili facevano parte di un contingente di supporto all’operazione di stabilizzazione del territorio congolese delle Nazioni Unite, trasportando i rifornimenti necessari alla piccola guarnigione malese di caschi blu che controllava l’aeroporto. All’apparenza una missione come molte fino ad allora, considerando che da più di un anno l’aviazione italiana provvedeva a circa il 70% delle esigenze di trasporto aereo per il contingente onusiano. Una volta terminate le operazioni di scarico, i due equipaggi dei velivoli più un ufficiale medico lasciavano l’aeroporto per recarsi nella limitrofa mensa della guarnigione Onu. Essendo buoni i rapporti con la popolazione autoctona, gli aviatori si muovevano disarmati, tristemente ignari dell’eccidio che si sarebbe consumato da lì a poco. Proprio durante il pranzo venivano infatti sorprendentemente aggrediti da un gruppo di circa 80 miliziani congolesi ammutinatisi. Nello scontro perse la vita l’ufficiale medico, mentre gli aviatori furono caricati a forza in un camion e portati nella prigione locale della città, dove vennero brutalmente uccisi nella notte.

TRAGEDIA NELLA TRAGEDIA

La notizia in merito alla tragedia dell’uccisione degli aviatori italiani arrivò con ritardo entro i confini nazionali italiani. Le informazioni giungevano frammentate, e soltanto il 16 novembre venne diramata mezzo radio la notizia ufficiale dell’eccidio di Kindu. La notizia fece il giro del mondo, mentre in Italia ci si stringeva alle famiglie delle vittime. Le circostanze esatte del massacro rimasero a lungo confuse. Purtroppo non vi erano tracce dei corpi delle vittime, e vi era il timore che i ribelli ne avessero fatto scempio e li avessero gettati nel fiume. Soltanto molto tempo dopo si è scoperto che i corpi vennero seppelliti in due fosse comuni, grazie all’intervento di un graduato della polizia congolese. I corpi sono stati riesumati solamente quattro mesi più tardi, grazie all’identificazione di alcuni colleghi.

L’11 marzo del 1962, finalmente, le salme arrivarono a Pisa a bordo di un aereo statunitense scortato dall’Aeronautica militare italiana. Il giorno dopo, alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni, furono celebrati i solenni riti funebri a commemorazione dei caduti. Le salme sono ancora oggi conservate nel sacrario dei caduti di Kindu, il tempio aeronautico costruito ad hoc a Pisa. Per commemorare le vittime e tenerne vivo il ricordo nella memoria collettiva è stata anche eretta una stele all’ingresso dell’aeroporto di Fiumicino, a Roma.

LA FINE DELL’OPERAZIONE IN CONGO

L’operazione fuori area in Congo si è conclusa ufficialmente il 19 giugno del 1962 per la 46esima aerobrigata. Nonostante il teatro operativo fosse molto complesso, la nota del ministero della Difesa ha registrato dei numeri altissimi per l’Aeronautica militare: “2.177 sortite per un totale di 9.165 ore di volo, necessarie per trasportare 8.100 passeggeri e circa 4.700 tonnellate di materiale”. La prima missione di pace dell’Aeronautica militare italiana per conto delle Nazioni Unite è costata molto alla 46esima aerobrigata, che ha visto la perdita di 21 uomini e tre velivoli. Ai 13 caduti del massacro di Kindu è stata tributata la medaglia d’oro al valor militare nel 1994. Nel 2006 l’Aeronautica militare italiana ha fatto ritorno in Congo sotto l’egida dell’Unione europea per vigilare sul corretto e regolare svolgimento delle prime elezioni democratiche svoltesi nel Paese.

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