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Il G20 di Roma è l’appuntamento più importante della politica estera italiana. La partita che gioca Mario Draghi è semplice: pilotarlo in acque difficili dimostrando che l’Italia è all’altezza del ruolo internazionale di primo piano che il calendario le affida. Così facendo può rafforzare il rapporto, già molto buono, con Joe Biden. Più solido il rapporto transatlantico, più salgono le quotazioni di Roma in Europa e più ci daranno retta anche a Pechino, Mosca, Delhi.

La prima sfida è di dimostrare che il G20 funziona malgrado i grandi assenti: Vladimir Putin e Xi Jinping. Senza speculare sui motivi – il rischio Covid è un po’ debole – il messaggio implicito è di scarso impegno sull’agenda, se non di indifferenza. Partecipare in video è un palliativo. Quindi è essenziale Roma premi la presenza. Il messaggio sarà che si può andare avanti anche con gli autocrati alla finestra. Come scriveva Giampiero Massolo sulla Stampa, la domanda latente è “che fare con gli autocrati”. Se la risposta sarà: andare avanti con o senza di loro – si badi bene: non contro di loro – il G20 a presidenza italiana sarà stato un successo.

Su cosa andare avanti? L’agenda è fitta ma la cartina di tornasole sono soprattutto le due questioni globali sulle quali il G20 può fare la differenza: pandemia e cambiamenti climatici. In entrambe dipende dai venti Paesi più ricchi e industrializzati del mondo fare da locomotiva agli altri che non hanno i mezzi, la tecnologia e le risorse per fare da soli. Basta pensare all’Africa che ha una percentuale di vaccinati intorno al 5% (c’è qualche no-vax nostrano che ci pensa?). D’altra parte, finchè non è vaccinata l’Africa non ci libereremo mai di Covid; vaccinare gli altri è nel nostro interesse. Il G20 deve rilanciare, credibilmente, la campagna COVAX delle Nazioni Unite. E devono seguire fatti, soldi, vaccini e, adesso, anche i medicinali per curare chi è colpito. Le parole non bastano più.

La stessa, identica, logica si applica alla lotta contro i cambiamenti climatici. A maggior ragione. Tutti i Paesi del G20, bene o male, hanno programmi per arrivare al “net-zero”. Tra un’alluvione e un incendio hanno capito che non si scherza. Devono accelerare il passo, anticipare le scadenze, ma sono sulla strada della de-carbonizzazione e delle rinnovabili. Le nostre opinioni pubbliche, le Greta Thunberg di turno non daranno tregua ai governi. Ma la transizione energetica costa. Il resto del mondo può permettersela?

La transizione energetica sarà al centro del COP26 che si apre a Glasgow immediatamente dopo il G20. O sono tutti a bordo o i bei programmi degli Stati Uniti, del Regno Unito, dell’UE non ci metteranno al riparo dagli effetti dei cambiamenti climatici. Le emissioni di CO2 non conoscono confini. Quindi dal G20 deve uscire un chiaro messaggio di sostegno, finanziario e tecnologico, dei beati possidenti alla transizione energetica del resto del mondo. Se avrà uno sconto realistico salirà a bordo.

Inutile dire che la lotta a Covid e ai cambiamenti climatici è nell’interesse di Russia e Cina, quanto dell’Occidente. Siamo veramente tutti sulla stessa barca. Se il G20 la farà salpare, anche i grandi assenti salteranno, tardivamente, a bordo. Senza sconti, non sono loro ad averne bisogno.

G20 alla prova del nove. Stefanini spiega la posta in gioco

Clima, covid, ripresa. La domanda latente di questo G20 è “che fare con gli autocrati?”. Se la risposta sarà: andare avanti con o senza di loro – si badi bene: non contro di loro – il G20 a presidenza italiana sarà stato un successo. Il corsivo dell’ambasciatore Stefano Stefanini

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