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Non stupirà nessuno apprendere che Russia Unita ha stravinto alle elezioni parlamentari. Completato lo spoglio delle schede martedì mattina, la commissione elettorale ha confermato la vittoria del partito del presidente Vladimir Putin con 49,83% dei voti, cosa che gli garantisce la maggioranza assoluta nella Duma, il Parlamento russo, con oltre due terzi dei seggi.

Si conclude così una tornata elettorale tanto telefonata quanto colma di brogli, irregolarità e manipolazioni. L’affluenza si è attestata al 40% – dato basso ma non sorprendente considerata la brutale campagna di intimidazione e repressione nei confronti degli oppositori di Putin, i quali, se non sono in prigione o sotto investigazione, sono fuggiti all’estero.

L’agenzia di stampa Interfax, controllata dal regime, ha comunicato l’esistenza di almeno 750 reclami di brogli, anche se nessuno sarebbe abbastanza grave da mettere in discussione il risultato. Di diverso avviso l’agenzia indipendente Golos (bollata come “agente straniero” dal Cremlino) che segnala oltre 4.500 irregolarità documentate; gli osservatori internazionali (a cui non è stato garantito l’accesso al processo); e la maggior parte del mondo istituzionale occidentale.

A ogni modo, Russia Unita ha perso circa il 4% rispetto alle scorse elezioni; il dato è palesemente manipolato ma riflette comunque il tentativo degli oppositori politici dello zar (con Alexei Navalny in testa) di sottrarre seggi a Russia Unita mediante la votazione tattica, ossia preferire qualsiasi altro candidato con più possibilità di vincere.

Nonostante gli ostacoli creati dal Cremlino – tra cui ricordiamo la sospensione della app per il voto intelligente, candidati omonimi per confondere gli elettori e la messa a bando dell’organizzazione di Navalny e degli affiliati – la strategia ha reso più difficile l’eradicazione sistematica degli oppositori.

Tra le formazioni a cui è stato consentito di presentarsi ha brillato il Partito comunista russo, che di solito sostiene il presidente ma sembra aver beneficiato del voto tattico. Dopo aver ricevuto quasi il 20% dei voti secondo i risultati ufficiali (quasi il doppio rispetto al 2016), il leader dei comunisti Dmitry Novikov ha chiesto di annullare i risultati del voto elettronico a Mosca, baluardo dell’opposizione.

Secondo un sondaggio dell’ente indipendente Levada Center (un altro “agente straniero”), solo il 15% degli elettori moscoviti avrebbe sostenuto Russia Unita. Tuttavia, in tutte le sette circoscrizioni in cui si è adottato il voto elettronico si è assistito a uno strabiliante ribaltone che ha portato i protetti del Cremlino alla vittoria in ogni singolo caso.

Per il candidato comunista Mikhail Lobanov, ampiamente favorito secondo i sondaggi, questi risultati sono “semplicemente impossibili”. Per la portavoce di Navalny, Kira Tarmysh, il voto elettronico ha “privato questa procedura di ogni traccia di verità”. E per il Dipartimento di Stato americano l’intera elezione “si è svolta in condizioni non favorevoli a un procedimento libero ed equo”.

Di rispondere agli americani si è occupata l’ambasciata russa a Washington, definendo infondate le critiche, difendendo la legittimità del processo, e accusando gli Stati Uniti di essere dietro al 50% dei ciberattacchi condotti in questi giorni ai danni della Commissione elettorale centrale. “Lo scopo di questi attacchi è screditare il nostro sistema elettorale”, hanno comunicato; “vorremmo ricevere spiegazioni dettagliate da parte americana su questo caso”.

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