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Il bicchiere è vuoto. Matteo Salvini è il primo a saperlo: questi ballottaggi non lasciano alibi alla Lega. Milano, persa al primo turno da un evanescente Luca Bernardo di fronte alla corazzata di Beppe Sala, era già stato un colpo duro. I flop a Roma e Torino chiudono il cerchio.

Dalla battaglia per la capitale il segretario si era defilato da un po’. Dopo l’antifona del primo turno, con Enrico Michetti marcato a uomo dal dem Roberto Gualtieri, i blitz romani di Salvini si sono fatti saltuari, lo stretto necessario. Il tribuno di Radio Radio esce male. Ma sulla sua breve epopea romana, magra consolazione in casa Lega, c’è soprattutto la firma di Giorgia Meloni.

Sono altri i bocconi amari da ingoiare. A Torino la sconfitta, tutt’altro di misura, di Paolo Damilano, travolto da Stefano Lo Russo (59,2% a 40,8%). A Trieste misurata è la vittoria, di soli due punti, di Roberto Dipiazza su Francesco Russo (51,3% a 48,7%). Non proprio un trionfo per chi è stato sindaco tre volte in un feudo del Carroccio.

Poi ci sono i piccoli e medi centri, che pesano anche di più sul conto finale. A Varese, fortino lombardo arato in lungo e largo da Salvini durante la campagna elettorale, scotta la sconfitta del leghista Matteo Bianchi contro il sindaco uscente Davide Galimberti. Settecento chilometri più a Sud un altro tonfo che farà parlare di sé. A Latina, città di Claudio Durigon, non ce la fa il candidato unitario Vincenzo Zaccheo, un fedelissimo dell’ex sottosegretario al Mef dimessosi dopo le polemiche per presunte frasi filofasciste. Benzina sul fuoco per la Lega, che si ritrova spaccata sulla figura di Durigon, vicino a Salvini e oggi papabile per un posto in segreteria.

I panni sporchi, ora, si devono lavare in casa. Con la Meloni certo non tira una buona aria. Non è passata inosservata la stoccata tirata all’alleato dalla leader di Fdi, quando in conferenza stampa ha puntato il dito contro “l’ambiguità” di chi nel centrodestra sostiene il governo insieme a Pd e Cinque Stelle. È a via Bellerio però che si faranno i conti.

Il clima è teso già da un pezzo. A Roma Salvini non incontra il gruppo parlamentare da dieci mesi, di un congresso nazionale neanche l’ombra. Di questo passo, mugugna un senatore, si farà nel 2023, a legislatura chiusa. Sono in tanti a chiedere a Salvini un confronto interno, per fare un po’ di chiarezza sulla linea politica, dagli occhiolini alle piazze no-vax e no-pass al sostegno a targhe alterne a Draghi. La strada per il congresso, però, è tutta in salita.

Al Nord i tesseramenti per il 2022 stentano a partire. Poi sarà il turno delle sezioni locali, quindi provinciali e regionali. Da due anni è un rinvio continuo, per la pandemia, certo, e forse non solo. La leadership di Salvini non è in discussione: nessuno, oggi, è in grado o ha voglia di farlo. Perché rinunciare a Salvini, dopotutto, significa rinunciare una volta per tutte al disegno di una Lega nazionale, con quel che ne consegue.

Però i capitomboli degli ultimi mesi hanno scalfito l’idea di una “intoccabilità” del leader. In Lombardia, ad esempio, scalpita Paolo Grimoldi, ex commissario nazionale, un’autorità sul territorio. Al prossimo Congresso regionale potrebbe contare su una fiumana di delegati, assicura chi lo conosce. In terra lombarda pesa anche Andrea Crippa, il giovane vicesegretario nazionale infastidito dalle voci di una possibile candidatura di Durigon alla segreteria.

Salvini può consolarsi, almeno in parte. Le amministrative sono state una delusione per tutti, nessuno escluso. Anche per quella Lega “moderata” che bacchetta il “Capitano”. A quella schiera appartiene, per dirne uno, il varesotto Bianchi. Non è abbastanza per ignorare la polvere sotto (e sopra) il tappeto.

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