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A Port-Au-Prince la politica è instabile quanto le placche tettoniche. Negli ultimi mesi si sono succeduti l’assassinio del presidente Jovenel Moïse (una quarantina di arresti e un’investigazione in corso) e un terremoto di magnitudo 7,2 (oltre duemila morti e diverse migliaia di abitazioni distrutte). L’ultimo sviluppo ha ulteriormente aggravato le speranze di stabilizzazione.

La miccia è stata accesa martedì dal procuratore generale Ben-Ford Claude quando ha chiesto a un giudice di porre sotto accusa e proibire l’espatriazione al primo ministro Ariel Henry in relazione all’omicidio di Moïse. “Ci sono abbastanza elementi compromettenti […]  per perseguire Henry e chiedere la sua piena incriminazione”, ha scritto Claude nella sua richiesta secondo AP. Poche ore dopo è emerso che il primo ministro avesse licenziato il giurista, assieme al ministro della giustizia e al capo gabinetto del governo.

L’ex procuratore generale si riferiva alle due chiamate intercorse tra Henry e Joseph Badio, sospetto di punta nella vicenda dell’assasinio presidenziale, a poche ore dall’atto. Quest’ultimo, oggi latitante e ricercato dalle autorità, era stato collaboratore del Ministero della giustizia locale e della divisione anticorruzione prima di essere licenziato lo scorso maggio per oscure violazioni del codice etico.

Henry e Badio si sarebbero sentiti per telefono alle 4:03 e alle 4:20 della notte del 7 luglio, per un totale di sette minuti di conversazione. Claude, in possesso delle registrazioni, ha aggiunto che Badio si trovava in prossimità della villa presidenziale dove si è consumato il delitto. Il mese scorso, ha rimarcato l’ex procuratore, un ufficiale governativo aveva scritto via Twitter che Henry gli aveva riferito di non aver mai parlato con Badio.

Il primo ministro nega l’accaduto. Il clima era già teso, tanto che lunedì il ministero di Giustizia aveva rinforzato la scorta di Claude per via delle minacce di morte. Non è chiaro, scrive AP, se il licenziamento sia avvenuto prima o dopo la richiesta di Claude; la lettera di licenziamento ottenuta dall’agenzia stampa è datata lunedì 13 settembre e indica una “grave colpa amministrativa” come motivo per il licenziamento, effettivo immediatamente.

Henry non ha ancora commentato pubblicamente l’accaduto, ma sabato a un convegno ha detto che avrebbe assicurato gli assassini di Moïse alla giustizia a prescindere da “distrazioni, mandati di comparizione, manovre, minacce, combattimenti nelle retroguardie o aggressioni”.

Gli esperti sentiti da AP parlano di fazioni rivali (sostenitori di Henry contro coloro che sostenevano Moïse) e regolamenti di conti. L’isola caraibica, che non si è mai completamente rialzata dal catastrofico terremoto del 2010 ed è soggetta a esplosioni di violenza e carenza di cibo e benzina, è un terreno fertile per i giochi di potere tra politici, imprenditori e gang locali.

Il primo ministro era stato nominato dallo stesso Moïse due giorni prima della sua morte, dopo la quale un cambio al vertice vide il ministro degli esteri Claude Joseph assumere la carica temporaneamente prima di essere soppiantano nuovamente dallo stesso Henry (con il supporto del cosiddetto “Core Group” che annovera Onu, Usa e Francia).

Nonostante la sostituzione di Claude con un nuovo procuratore generale, l’investigazione procede e il processo è in mano al giudice Garry Orélien, che ha tre mesi di tempo per decidere come agire.

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