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Non è facile valutare le operazioni navali messe in atto degli Stati Uniti con gli ordinari strumenti del diritto internazionale. Sinora ci sono state attività di enforcement su vasta scala contro trafficanti di droga operanti in acque internazionali al largo del Venezuela condotte in un primo tempo dalla US Navy.

L’uso della forza letale che ha causato settanta vittime ha fatto pensare ad atti di guerra condotti su ordine dal presidente Trump, pur in assenza di autorizzazione del Congresso. In realtà, secondo l’ordinamento giuridico statunitense il presidente può disporre l’esecuzione di attività coercitive per prevenire e reprimere azioni che minaccino la sicurezza interna del Paese. In questo contesto si spiega come la Guardia costiera statunitense abbia affiancato la Marina nello sviluppo delle operazioni di enforcement in mare.

Ovviamente si pone una questione di proporzionalità nell’uso della forza a fronte della minaccia, ma questo è problema da valutare secondo i parametri dell’ordinamento statunitense che infatti ha avviato indagini giudiziarie per la deliberata uccisione di un trafficante sopravvissuto al naufragio.

La situazione è ora evoluta verso nuovi scenari volti a indebolire l’economia venezuelana sì da favorire un eventuale cambio di regime. Il blocco decretato contro tutti i mercantili trasportanti petrolio da/per il Venezuela in violazione di misure sanzionatorie statunitensi rappresenta un passo in avanti verso una guerra economica che coinvolge anche i Paesi di destinazione dei carichi. In primis la Cina. Ma indirettamente anche l’Iran che in molti casi usa le stesse oil tankers con bandiera di convenienza.

Il termine blocco evoca due precedenti. Nel 1902 una “coalizione di volenterosi” costituita da Gran Bretagna, Germania ed Italia inviò navi da guerra al largo del Venezuela per costringere Caracas con la forza a onorare i suoi debiti verso cittadini europei danneggiati da un conflitto interno. Più che un atto di guerra, la dottrina, ritiene si sia trattato di contromisura in risposta ad un atto illecito.

Del tutto diverso il caso del recente blocco navale di Gaza messo in atto da Israele facendo ricorso ad un metodo previsto dal diritto consuetudinario della guerra navale, nell’ambito delle ostilità contro Hamas e lo Stato di Palestina. Le prime avvisaglie del cambio di strategia statunitense giocato a tutto campo sul mare si sono avute col sequestro nei Caraibi del mercantile “Skipper” trasportante petrolio per Cuba in violazione delle sanzioni. La nave cisterna, iscritta in registri di convenienza, pare avesse la Cina come meta finale.

E la Cina è senz’altro l’obiettivo primario del sequestro nell’Oceano Indiano del carico di materiale trasportato da un proprio mercantile. suscettibile di uso militare destinato all’Iran. Ma anche la Russia non è esclusa da una simile strategia, perché Mosca -com’è noto- si avvale di un nutrito numero di mercantili con bandiera ombra per esportare in Cina petrolio in violazione delle sanzioni occidentali. I Paesi europei e la Nato non vanno al di là della semplice sorveglianza escludendo azioni di interdizione contro la shadow fleet russa non consentite dal diritto del mare. L’interrogativo è se gli Stati Uniti ora abborderanno in alto mare anche navi riconducibili a Mosca i quali, tra l’altro, ora hanno cominciato a imbarcare guardie armate. In questo caso, il verificarsi di un casus belli sarebbe più che probabile.

Cosa c'è dietro il blocco delle coste in Venezuela. L'analisi di Caffio

Gli Stati Uniti hanno scelto il mare come teatro privilegiato delle loro guerre ibride basate sull’applicazione di contromisure ad atti illeciti. A farne le spese è stato sinora il Venezuela. Prima con gli strikes contro i trafficanti di droga. Ora con una sorta di blocco navale per impedire l’esportazione di petrolio in violazione delle proprie sanzioni. Sullo sfondo si intravede l’obiettivo di danneggiare gli acquirenti come la Cina che è sotto tiro anche per le forniture via mare di materiali dual use all’Iran

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