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Parola d’ordine: ricucire. La missione romana del segretario di Stato americano Marco Rubio arriva in un passaggio delicato, tra tensioni diplomatiche e fratture politiche che si sono allargate nelle ultime settimane. Sullo sfondo, gli attacchi di Donald Trump al Papa (ripetuti anche nelle ultime ore sulla questione Iran), il disagio del cattolicesimo statunitense e un rapporto con l’Italia che appare meno lineare rispetto ai primi mesi della nuova amministrazione. Per Agostino Giovagnoli, professore emerito di Storia contemporanea all’Università Cattolica, la visita rappresenta molto più di un passaggio istituzionale: è un tentativo di rimettere insieme fili che rischiano di spezzarsi.

Professor Giovagnoli, che significato attribuisce alla visita di Rubio a Roma?

Ha con ogni probabilità il significato di una ricucitura dopo i recenti strappi, sia con il Vaticano sia con il governo italiano. È una missione che nasce da una situazione di difficoltà: gli attacchi di Trump al Papa sono stati inediti e hanno provocato una reazione compatta della Chiesa cattolica, compreso l’episcopato americano. In questo senso, la visita appare come una corsa ai ripari da parte degli Stati Uniti.

Si può parlare di una vittoria del Papa?

In un certo senso sì. Il fatto stesso che Washington senta il bisogno di inviare un emissario per riallacciare i rapporti indica che la posizione della Santa Sede si è rafforzata. La figura del Papa, per la sua peculiarità, tende a respingere gli attacchi e a consolidarsi. Inoltre, il modo misurato con cui Leone ha risposto a Trump ha contribuito ad accrescere la sua autorevolezza.

Quanto pesano le tensioni interne al cattolicesimo americano?

Pesano molto. C’è stato un evidente disagio tra i cattolici che avevano votato per Trump. Allo stesso tempo, oggi si registra un forte orgoglio verso un Papa americano: il consenso nei confronti di Leone è altissimo. Nel suo primo anno di pontificato è stato molto accorto nel favorire l’unità della Chiesa negli Stati Uniti, ricucendo strappi emersi durante il pontificato di Francesco. Questo lo ha consolidato anche agli occhi delle componenti più conservatrici dell’episcopato, che infatti hanno condiviso le critiche alla politica migratoria di Trump. Tutto ciò finisce per indebolire il presidente.

Esistono precedenti di tensioni simili tra Stati Uniti e Santa Sede?

Sì, il precedente più vicino è quello della fase finale della prima presidenza Trump, con la visita di Mike Pompeo. In quel caso ci fu un atteggiamento molto aggressivo verso la Santa Sede, soprattutto in relazione alla Cina. Fu una linea che danneggiò la politica americana, perché la Chiesa tende a ricompattarsi attorno al Papa quando viene attaccata. È una dinamica che si sta ripetendo.

E sul piano dei rapporti con l’Italia?

Anche qui siamo in una fase non semplice. Il clima di entusiasmo iniziale del centrodestra italiano verso Trump si è attenuato. La stessa Giorgia Meloni ha progressivamente riposizionato la sua linea, prendendo le distanze su diversi dossier, dalla Groenlandia all’Iran. È una scelta dettata dagli interessi nazionali e da una collocazione più europeista. Marco Rubio arriva quindi con l’obiettivo di evitare ulteriori strappi, ma resta da capire quanto sia la reale volontà americana di ricucire. Il tema dei dazi, ad esempio, è una fonte di tensione concreta.

Quali dossier saranno centrali nei colloqui con il Vaticano?

Tanti. Ma quello di Cuba è certamente uno di questi. I legami tra Santa Sede e Cuba sono storicamente consolidati, e Papa Francesco si era speso molto per un riavvicinamento tra L’Avana e Washington. Oggi la situazione è complicata: l’embargo ha aggravato le condizioni dell’isola e le minacce di Trump rendono il quadro ancora più critico. Leone, anche per la sua sensibilità verso tutto il continente americano, guarda con grande attenzione a questo dossier. È probabile che sia al centro dei colloqui, anche con il cardinale Pietro Parolin.

In definitiva, la missione di Rubio può davvero ricucire?

È un tentativo, questo è certo. Ma la sua efficacia dipenderà dalla coerenza della linea americana. Se gli attacchi e le tensioni continueranno, sarà difficile ristabilire un rapporto stabile. La visita, però, segnala che negli Stati Uniti c’è consapevolezza del problema. E questo, almeno, è un primo passo.

Vi spiego da cosa dipenderà l'esito della missione di Rubio in Italia. La versione di Giovagnoli

La visita di Marco Rubio a Roma si inserisce in una fase di raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti, Vaticano e Italia dopo gli attacchi di Donald Trump al Papa e le tensioni su più dossier internazionali. Per Agostino Giovagnoli è un tentativo di ricucitura che segnala la difficoltà americana e, al tempo stesso, il rafforzamento della posizione della Santa Sede e di Leone. Sullo sfondo pesano il disagio del cattolicesimo statunitense, il riposizionamento europeista del governo Meloni e i nodi aperti, dai dazi a Cuba

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