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Ambigua, almeno fino ad oggi. La Cina dinnanzi all’incendio in Medio Oriente, è rimasta tutto sommato spettatrice. Ma questo non vuol dire che anche il Dragone non debba pagare un prezzo. Mentre Pechino e Washington provano a negoziare la creazione di un organismo bilaterale in grado di regolare con equità e reciproci vantaggi i flussi commerciali, ponendo fine alla guerriglia dei dazi, l’industria cinese sconta sulla propria pelle i primi, veri, effetti collaterali della guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

La parola magica è alluminio, di cui il Dragone è primo produttore al mondo, con una quota di mercato vicina al 60%. Ebbene, con lo stretto di Hormuz ancora sostanzialmente chiuso, la Cina sta accumulando enormi quantità di alluminio invenduto. Un po’ perché con il braccio di mare ostaggio dei pasdaran diventa quasi impossibile esportare e vendere all’Occidente l’alluminio cinese. Un po’ perché la domanda interna rimane, perfettamente in linea con l’andamento dei consumi interni, debole. E così l’Iran, che Pechino almeno a parole spalleggia, diventa una sorta di boomerang.

Non è tutto. Il conflitto ha, come un po’ per tanti altri beni, infiammato i prezzi delle materie prime, alluminio incluso. Questo ne ha di fatto disincentivato l’acquisto. Morale, come rivelato da Bloomberg, in Cina le scorte si stanno accumulando di giorno in giorno. Al punto da superare gli 1,3 milioni di tonnellate, il livello più alto dal 2020. Come risolvere? Semplice, si rende necessario, sottolinea la stessa agenzia di stampa, un aumento delle esportazioni per smaltire l’eccesso di offerta. Anche perché la stessa guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta spingendo un maggiore afflusso di alluminio verso la Cina, incrementando le eccedenze del Paese. E si sa, quando l’offerta supera la domanda, i prezzi crollano.

Insomma, alla Cina l’Iran non fa tanto bene, anche perché la costringe a comprare petrolio dalla Russia. E questo a Pechino non piace molto. La prova? Il Dragone si sta muovendo per superare la sua dipendenza energetica, e la vulnerabilità che ne deriva. In cima all’agenda politica della leadership cinese c’è proprio la sicurezza energetica. Un obiettivo al quale Pechino sta lavorando da tempo. Nel 2024, gli investimenti in progetti chiave per implementare il ricorso a fonti energetiche alternative hanno raggiunto quasi 200 miliardi di yuan (28 miliardi di dollari), rendendo la Cina il maggiore investitore al mondo nella transizione energetica.

Per il Dragone una grana chiamata alluminio (e c'entra l'Iran)

Pechino è il primo produttore mondiale ma la chiusura dello stretto di Hormuz e l’impennata dei costi stanno causando un accumulo spropositato di scorte nei depositi cinesi. Il rischio è una bolla industriale con conseguente crollo dei prezzi. E così il Paese timidamente spalleggiato diventa un problema per Xi Jinping

d'azov

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