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C’è un non detto sullo sfondo della riunione del G7 sull’Afghanistan convocata in fretta e furia da Francia e Regno Unito. E il non detto è che l’escalation a Kabul, il countdown del 31 agosto imposto dai Talebani e confermato dal presidente americano Joe Biden, mettono l’Europa di fronte a un bivio stretto, strettissimo.

Da un lato la necessità di un approccio comune di fronte alla tragedia umanitaria, l’onda di rifugiati pronta a riversarsi sul Vecchio Continente e a ridare forza e leve politiche alla Turchia di Recepp Erdogan. Dall’altra l’esigenza di ripensare i rapporti transatlantici alla ricerca di un’autonomia strategica che non scada nell’isolazionismo, e nemmeno in un’adesione inerte alle mosse di Washington DC.

Quest’ultimo è il vero cruccio che arrovella le cancellerie europee nelle ultime ore e che accompagnerà la preparazione della riunione del Consiglio Affari esteri dell’Ue previsto per fine agosto. Alla vigilia di una fase negoziale con i Talebani che si preannuncia lunga ed estenuante, farsi trovare appiattiti sulle decisioni della Casa Bianca può dare l’impressione di una posizione di debolezza.

Lo stesso vale per i Paesi direttamente confinanti con l’Afghanistan, Pakistan, Iran, Tajikistan. Il primo approdo della marea di profughi in uscita. Pronti, come la Turchia, ad alzare l’asticella nelle trattative con Bruxelles. Venerdì scorso l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha suonato l’allarme: “Se l’aiuto a questi Paesi non dovesse essere consistente, allora ci sarebbe il forte rischio che gli spostamenti continuino in direzione dell’Europa”. Preoccupazioni, anche queste, che certo non toccano gli Stati Uniti quanto un’Ue riscopertasi ancora una volta sprovvista di una politica comune sull’accoglienza, fra chi inizia a costruire improvvisati muri di filo spinato e chi fa melina o rifiuta apertamente di aprire le porte agli afgani.

Di qui la prudenza, e una certa dose di ambiguità, dei Paesi europei usciti dalla riunione G7 sulla grande partita che sta per aprirsi per la fase post-evacuazione, quella degli aiuti umanitari, e solo in un secondo momento delle sanzioni. Da come l’Occidente userà il bastone e la carota nei confronti del neonato Emirato islamico dipenderà l’entità della sconfitta strategica di medio-lungo termine.

L’impegno dell’Ue a quadruplicare la tranche di fondi umanitari fino a 200 milioni di euro, confermato in conferenza stampa dai presidenti di Commissione e Consiglio europeo Ursula von der Leyen e Charles Michel, indica l’intenzione di modulare la pressione economica per scongiurare l’eventualità peggiore.

Cioè un Afghanistan abbandonato alla mercé degli investimenti cinesi e definitivamente inglobato nell’orbita della Via della Seta, con la Russia pronta a giocare un ruolo di “junior partner” di Pechino nella spartizione dei dividendi azionari. Uno scenario tutt’altro che remoto, come dimostra la recente telefonata fra Vladimir Putin e Xi Jinping per deridere il fallimento del “modello occidentale” applicato in vent’anni di occupazione afgana perché, avvisa il presidente cinese, “solo chi indossa una scarpa sa se gli sta bene”.

Ecco perché allora la diplomazia europea corre sul filo, prende tempo, chiede senza risultati all’alleato americano di rallentare l’uscita dal Paese. Quanto al supporto finanziario, i primi a saltare saranno gli aiuti allo sviluppo (la Germania ha già congelato una tranche da circa 250 milioni di euro). Rimarranno invece, confida un diplomatico europeo a Formiche.net, gli aiuti “people-to-people”, i finanziamenti alle Ong che difendono i diritti umani sul campo, finché possono. Di sanzioni non se ne parla fino a settembre inoltrato. Sono un’arma a doppio taglio, e tranne alcune misure mirate (come il listing di ufficiali talebani e il congelamento dei loro conti in banca) rischiano di aggravare la crisi umanitaria.

Mentre proseguono le ultime operazioni di evacuazione dal Paese, l’Europa, conferma il G7, rimane sospesa in un limbo, prima di sedersi al tavolo con chi davvero ha voce in capitolo sul futuro dell’Afghanistan. Di qui l’attesa crescente per il vero appuntamento della comunità internazionale: il G20 presieduto dal governo italiano. E l’insistenza del premier Mario Draghi per tenere un canale aperto con Russia e Cina, la ricerca di un punto di caduta per garantire gli obiettivi minimi prefissati dall’Onu: un governo il più possibile inclusivo, il rispetto dei diritti umani e la presenza di Ong internazionali sul campo per vigilare sugli impegni presi dai talebani e gestire i flussi migratori.

Il tempismo e il formato della kermesse romana di settembre ne faranno uno spartiacque per la politica estera europea e italiana. E il primo, vero banco di prova per l’“autonomia” sbandierata dall’Ue a fronte del ripensamento della diplomazia americana. Tutte le strade portano a Roma, ancora una volta.

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Da una parte il timore di lasciare campo alla Cina e di dare alla Turchia le chiavi di una nuova ondata migratoria. Dall’altra l’esigenza di reimmaginare i rapporti transatlantici e trovare una posizione compatta in seno al G20. La crisi in Afghanistan mette l’Ue di fronte a un bivio. E tutte le strade portano (di nuovo) a Roma

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