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Lusso o necessità? Quante responsabilità può sobbarcarsi l’Italia con le sue missioni all’estero dopo un anno e mezzo di pandemia e di fronte a una ripresa tutta in salita? Dalla Libia al Golfo persico, quali sono le aree dove è più urgente difendere l’interesse nazionale? Risponde Alberto Pagani, deputato del Pd in Commissione Difesa.

Pagani, la Camera dei Deputati ha iniziato a discutere il Decreto Missioni, in un contesto globale che risente di un anno e mezzo di pandemia. Possiamo ancora permetterci di sostenere questo sforzo all’estero?

Stiamo vivendo un momento difficile, aggravato dalla pandemia, ma proprio per questo è indispensabile guardare anche oltre la quotidianità e i confini nazionali, perché non esiste la possibilità di tutelare i nostri interessi nazionali e proteggerci dalle minacce che gravano su di noi, vecchie e nuove, chiudendoci in casa. Dalla sicurezza di approvvigionamento energetico alle opportunità economiche per le nostre imprese, dal rischio terrorista alla gestione dei flussi migratori, non c’è un problema che non abbia una parte della sua soluzione al di fuori dei confini nazionali, in aree del mondo lontane e spesso anche molto instabili. Alle crisi politiche e sociali che producono l’instabilità di molte aree importanti per l’Italia, si aggiungono l’aggravarsi della radicalizzazione di matrice jihadista che si sta diffondendo, e gli effetti destabilizzanti dei cambiamenti climatici, che producono desertificazione e migrazione, e della pandemia. Per questo le missioni internazionali sono una parte fondamentale della nostra politica estera, e quindi sia l’autorizzazione ed il finanziamento delle missioni prorogate che dell’avvio di quelle nuove è un passaggio parlamentare di straordinaria importanza.

Crede che l’opinione pubblica conosca realmente il lavoro che svolgono dei nostri militari in missione all’estero?

Non lo so, lo spero, ma è comunque sempre bene spiegarlo: fondamentalmente i compiti sono due. Il primo è un’attività di cooperazione militare allo scopo di garantire la pace e la stabilità di aree di interesse strategico prioritario, anche attraverso la formazione e l’addestramento di forze armate locali, il secondo è un compito più diplomatico, di dialogo e collaborazione con le autorità politiche locali e con tutti gli interlocutori in campo, per promuovere e tutelare i nostri interessi nazionali. È evidente che ci muoviamo in uno scenario in cui competono altri Paesi, che intendono rafforzare il proprio posizionamento geopolitico in aree in cui confluiscono interessi economi e politici rilevanti. In questo campo il vuoto non esiste, perché c’è sempre qualcun altro pronto ad occupare lo spazio che lasci libero. Non si tratta quindi solo di andare ad aiutare i Paesi che ce lo chiedono, ma anche di aiutare noi stessi, e di non perdere posizioni e relazioni con aree del mondo da cui dipende la qualità del nostro futuro.

Dove è più necessario difendere l’interesse nazionale?

Il focus del nostro impegno si concentra su quello che viene definito “Mediterraneo allargato”, che è uno spazio geopolitico che comprende popoli e culture diversi, ma sempre più interconnessi sia dal punto di vista economico che della sicurezza e stabilità. Quest’area, attraverso la quale passano le nostre linee di navigazione e collegamento terrestre con l’Asia ed il resto del Mondo, è in costante peggioramento, dopo un decennio di crisi e conflitti, dalle impropriamente dette “primavere arabe” alla guerra in Siria, allo Stato Islamico, al riaccendersi del conflitto israelo-palestinese di qualche giorno fa. Tutte le crisi e le problematiche che caratterizzano quest’area si riverberano inevitabilmente sull’Europa. Il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dall’area mediterranea, che deriva dallo spostamento del baricentro dei loro interessi nel quadrante Asia-Pacifico, ha oggettivamente peggiorato la situazione. Il problema è che stiamo parlando del confine meridionale dell’Europa, per questo bisogna sviluppare una nuova visione, che si deve tradurre in una presenza rafforzata dell’Italia e dell’Europa, visibile e percepita come fattore di stabilità.

Nei giorni scorsi si è aperto un acceso dibattito, anche nel Pd, sulla missione in Libia.

C’è qualche dissenso su un aspetto di dettaglio, che purtroppo rischia di oscurare dietro una cortina di polemiche l’importanza del nostro impegno complessivo. L’Italia partecipa a 40 missioni per l’anno 2021, perché alle 38 prorogate se ne aggiungono 2 nuove, una prevede l’impiego di un dispositivo aeronavale per attività di sorveglianza e sicurezza nello stretto di Hormuz, il Choke Point del Golfo Persico dove transita un terzo del petrolio destinato a noi, e una in Somalia. Tra Libia, golfo di Guinea e Corno d’Africa siamo impegnati in 17 missioni, 9 nella regione del Golfo Persico. Abbiamo completato il ritiro delle forze dall’Afghanistan, ma in Iraq e Libano l’Italia ha le responsabilità di primo piano, nell’area dei Balcani e nel quadrante europeo l’Italia è impegnata in altre 6 missioni, a cui si aggiungono 8 dispositivi multiarea, come “Mare sicuro”. La consistenza media dell’impegno coinvolge 6511 unità di personale, è bene conservare il senso delle proporzioni quando si entra in un argomento complesso ed importante come quello delle missioni internazionali.

D’accordo, si tratta di una distinzione limitata a una missione soltanto, ma la questione è stata posta dalla Presidente dell’assemblea congressuale del PD e rilanciata da altri importanti esponenti, tra cui diversi parlamentari.

Prima di tutto penso che sia montato un dibattito viziato da un equivoco di fondo, perché ci si chiede di votare contro un’inesistente missione di finanziamento della guardia costiera libica. Quella missione non c’è. Per ragionare serenamente la prima cosa utile è ristabilire la verità dei fatti. Chi pensa che servirebbe un cambio di politica dell’immigrazione, che francamente a me pare piuttosto improponibile con questa maggioranza, sta polemizzando sul provvedimento sbagliato. Le schede di missione che riguardano, direttamente o indirettamente, la Libia sono otto, e nessuna finanzia la Guardia Costiera libica. La missione Irini ha il compito di far rispettare l’embargo delle armi, la missione UNSMIL serve a sostenere il processo politico di transizione verso la democrazia, ripristinare lo stato di diritto ed i diritti umani. La missione MIBIL ha l’obiettivo di assistere il Governo di Accordo nazionale libico nei comiti di assistenza sanitaria, sminamento, formazione delle forze di sicurezza, assistenza nel controllo dell’immigrazione illegale. i compiti di assistenza alla Guardia Costiera sono affidati al personale della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, ma non c’è alcun trasferimento di risorse e di mezzi. Con la missione EUBAM invece prestiamo assistenza alle autorità libiche nella creazione delle strutture di sicurezza, in particolare nel campo della giustizia penale, per rafforzare la lotta al traffico di esseri umani ed il controllo delle frontiere. Ogni missione ha come presupposto un mandato internazionale, ad eccezione di due, che sono basate su accordi bilaterali tra Italia e Libia, e sono lo strumento che consente di mantenere e sviluppare i rapporti con il nuovo Governo di accordo nazionale libico. Chiamarsi fuori non significa aiutare la Libia nel difficile compito di ricostruire lo Stato, ma abbandonarla ad altri interlocutori, come la Turchia, che forse sono anche meno attenti ai diritti umani di quanto lo siamo noi.

Chi si oppone a queste missioni sostiene che la situazione dei campi in cui sono imprigionati i migranti è moralmente inaccettabile e che l’Italia non deve essere complice di queste brutalità. Lei cosa ne pensa?

A tal proposito abbiamo audito in commissione i rappresentanti dell’UNHCR, che è l’Agenzia ONU per i Rifugiati, protegge e assiste le persone costrette a fuggire a causa di guerre e persecuzioni in tutto il mondo, tutela i diritti di milioni id rifugiati, sfollati ed apolidi.  In audizione hanno dichiarato che, a condizione che il soccorso avvenga secondo le norme del diritto del mare dei diritti umani, dare sostegno alla guardia costiera libica può essere utile. Il compito delle missioni italiane è proprio quello di insegnare come dare soccorso nel rispetto del diritto del mare e dei diritti umani, e chi volesse un riscontro dovrebbe chiedere ai nostri marinai che lavorano alla centrale operativa della Comando Generale delle Capitanerie di porto italiane e che da anni seguono ed assistono i soccorsi in mare. Chi avesse l’umiltà di chiedere loro come stanno le cose, come ho fatto io, si sentirebbe rispondere che dall’ìnizio del training formativo ad oggi sono stati fatti importanti progressi proprio nelle modalità di soccorso. Lo dimostra il fatto che nel caso di azioni violente, denunciato nei giorni scorsi, è stata immediatamente attivata dai libici la sospensione del comandante del mezzo ed aperta un’inchiesta. Il punto è che la ricostruzione di uno Stato dopo una guerra civile è un processo complesso, faticoso, e abbastanza lungo. Bisogna saperlo seguire ed accompagnare, per ottenere i risultati, non basta muovere critiche o esprimere condanne.

Dalla Libia al Golfo, perché le missioni contano. Parla Pagani (Pd)

Dalla Libia al Golfo persico, quali sono le missioni italiane all’estero dove è più urgente difendere l’interesse nazionale? Una road map di Alberto Pagani, deputato del Pd in Commissione Difesa

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