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Stanno emergendo i dettagli di un incontro tenutosi a Roma il 3 settembre tra l’inviato speciale del presidente statunitense Donald Trump per l’Africa, Massud Boulos, Saddam Haftar, vice comandante generale delle forze di Bengasi, e Ibrahim Dabaiba, nipote e consigliere per la sicurezza nazionale del premier del Governo di Unità Nazionale libico, Abdul Hamid Dabaiba. Secondo la rivista specializzata francese Jeune Afrique, l’incontro è stato organizzato con la mediazione di Stati Uniti e Italia, dopo che la missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) aveva lanciato l’allarme a fine agosto su movimenti militari attorno a Tripoli.

L’inviato americano ha posto tre condizioni fondamentali per future discussioni: in primo luogo, il maresciallo Khalifa Haftar non dovrà intervenire nel conflitto tra Abdul Hamid Dabaiba e le milizie nell’ovest della Libia, un punto cruciale considerando le voci di un presunto sostegno dell’est del paese a un attacco suicida contro la sede della Brigata 444, vicina alle autorità di Tripoli. La seconda condizione riguarda lo scambio di prigionieri, mentre la terza, considerata la più rilevante, si concentra sulla gestione della National Oil Corporation (Noc), fondamentale per gli interessi americani nel garantire il ritorno delle compagnie petrolifere statunitensi nei giacimenti libici, i più grandi del continente africano.

L’incontro preparato dietro le quinte da Stati Uniti e Italia ha visto anche il coinvolgimento del ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che ha sottolineato “l’importanza strategica della Libia” e la volontà di rafforzare la cooperazione per contrastare l’immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani, durante un faccia a faccia con Boulos. Tutte le parti hanno espresso sostegno alla roadmap delle Nazioni Unite, proposta dall’inviata Onu Hanna Tetteh, per nuove elezioni e la riunificazione del paese.

L’Ambasciata degli Stati Uniti in Libia ha confermato i contatti avvenuti a Roma con alti funzionari libici provenienti sia dall’est che dall’ovest del paese, in quello che rappresenta il primo commento ufficiale alle indiscrezioni riportate dai media riguardo un incontro tenutosi il 3 settembre tra rappresentanti del Governo di Unità Nazionale e del Comando Generale. In un post su X, l’ambasciata ha dichiarato: “È stato un onore per gli Stati Uniti avere l’opportunità di confrontarsi con alti funzionari libici dell’est e dell’ovest a Roma la scorsa settimana”.

L’obiettivo dell’incontro, secondo l’ambasciata, è stato “incoraggiare i libici a superare le divisioni, unificare le istituzioni e promuovere stabilità e pace”. Questi, ha sottolineato, “sono i presupposti necessari per favorire la prosperità dell’economia libica, con benefici per il popolo libico e i suoi partner internazionali”.

La presa di posizione ufficiale da parte di Washington conferisce un peso politico significativo all’incontro di Roma, segnalando la volontà dell’amministrazione Trump di tornare a giocare un ruolo diretto nel dossier libico. Per gli Stati Uniti, la stabilizzazione del Paese è legata non solo alla sicurezza del Mediterraneo e al contenimento delle reti jihadiste, ma anche alla gestione delle risorse energetiche, in particolare il petrolio, di cui la Libia possiede le riserve più ampie del continente africano. Allo stesso tempo, il coinvolgimento italiano indica la convergenza di interessi tra Roma e Washington, entrambi impegnati a contrastare l’influenza crescente di attori esterni come la Russia e la Turchia e a mantenere un canale di dialogo con le diverse fazioni libiche.

Saddam Haftar e Ibrahim Dabaiba sono rientrati in Libia lo stesso giorno, con l’intenzione di proseguire i colloqui con rappresentanti del governo italiano. Fonti diplomatiche di Tripoli hanno riferito che i due si consulteranno anche con Mosca, alleata di Bengasi, e Ankara, sostenitrice del Governo di Unità Nazionale.

Secondo il politologo libico Ahmed Zaher Qutait, il vertice di Roma non va però letto come un negoziato tra le parti libiche, bensì come una piattaforma in cui sono state ribadite regole già decise dalle potenze coinvolte. A suo giudizio, “il messaggio trasmesso è stato inequivocabile: migrazione, energia e sicurezza non sono materia di baratto politico, ma linee rosse fissate a livello internazionale”. L’analista sottolinea inoltre come la novità principale abbia riguardato il generale della Cirenaica: “Per anni Khalifa Haftar ha puntato tutto sulla forza militare familiare e su una legittimità costruita dall’alto. Oggi, stretto fra pressioni americane ed europee e le cautele egiziane verso ogni deriva separatista, ha dovuto piegarsi”.

L’incontro ha suscitato ampie reazioni politiche a Tripoli e Bengasi, alimentando speculazioni su un possibile dialogo tra le fazioni rivali, dopo un precedente incontro tra Haftar e Dabaiba ad Abu Dhabi tre anni fa. Nel frattempo, la missione Onu e l’Unione Europea hanno invitato tutte le parti a cessare immediatamente le escalation militari a Tripoli, chiedendo il ritiro delle forze armate dalle aree urbane per evitare ulteriori minacce alla stabilità.

“Per l’Italia, i benefici potenziali sono chiari: contenere i flussi migratori, assicurarsi forniture aggiuntive di gas e consolidare il proprio ruolo diplomatico in Nord Africa contro concorrenti come Francia e Turchia. Resta però una domanda cruciale: questa centralità significa davvero capacità di incidere, o Roma rischia di essere solo esecutrice di decisioni prese altrove?”, chiosa Qutait.

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