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Mentre il presidente israeliano Reuven Rivlin lasciava New York e raggiungeva Washington per incontrare Joe Biden alla Casa Bianca, Barak Ravid, giornalista di Walla News e Axios, rivelava che Washington e Gerusalemme stanno lavorando per organizzare una visita negli Stati Uniti del neopremier israeliano Naftali Bennett già nel mese di luglio. In fretta, molto in fretta, se si pensa che il “governo del cambiamento” si è insediato due settimane fa. E che l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha avuto a che fare con l’amministrazione Biden per quasi cinque mesi (difficili, a differenza dei quatto anni con Donald Trump), non ha mai ricevuto un invito alla Casa Bianca.

È un “altro segnale l’amministrazione Biden vuole aiutare a stabilizzare il nuovo e fragile governo israeliano”, spiega Ravid, ricordando che Biden aveva chiamato Bennett appena due ore dopo la fiducia ottenuta alla Knesset. E dire che tra il dem Biden e il conservatore Bennett, in passato alleato di Netanyahu tanto da essere ritenuto un suo delfino, i punti di contatto non appaiono moltissimi. È l’ampia coalizione del “governo del cambiamento” a rappresentare la ragione della rinnovata fiducia di Washington verso la politica israeliana.

La notizia dei preparativi alla Casa Bianca per accogliere Bennett arriva all’indomani dell’incontro a Roma tra il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, che secondo gli accordi di coalizione nell’estate del 2023 dovrebbe diventare primo ministro, con Bennett che traslocherebbe al ministero dell’Interno (ragione per cui Washington sta guardando con particolare attenzione a colui che oggi guida la diplomazia israeliana ma tra due anni…). È stato il primo contatto tra l’amministrazione Biden e il nuovo governo israeliano, un’occasione in cui Lapid ha più volte sottolineato le differenze con il precedente esecutivo: “Riteniamo che il modo per discutere questi disaccordi sia attraverso conversazioni dirette e professionali, non in conferenze stampa”, ha detto parlando a Blinken delle “forti riserve” sull’accordo Jcpoa sul nucleare iraniano.

Al lavoro per preparare la visita ci sono Shimrit Meir, consigliera per la politica estera di Bennett con una forte esperienza nel mondo arabo, e Brett McGurk, coordinatore del desk Mena del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Anche Gilad Erdan, ambasciatore israeliano a Washington, è al lavoro nei colloqui, che sono stati confermati dall’ufficio del primo ministro.

L’amministrazione Biden sembra decisa a far pesare la diplomazia per espandere quelli che, come spiega Oded Eran, ex ambasciatore israeliano in Giordania, oggi ricercatore all’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, a Formiche.net, è restia a chiamarli con il loro nome che subito ricorda l’era Trump. “L’amministrazione Biden si attiene ai vari accordi firmati da Israele e da diversi Stati arabi nell’estate del 2020, anche se si astiene dal chiamarli Accordi di Abramo”, spiega Eran, nelle scorse settimane ospite del webinar “Rebuilding the consensus for a new era”, organizzato dalla Nato Defense College Foundation. “L’approfondimento delle relazioni dipenderà dalla capacità di Israele e dei palestinesi di accordarsi sui modi per progredire nelle loro relazioni bilaterali e dalla disponibilità della comunità regionale e internazionale a sostenere tali mosse, anche se non portano per ora al raggiungimento della soluzione dei due Stati. Tutti gli Stati arabi che hanno firmato accordi con Israele fin dal trattato di pace Israele-Egitto del 1979 si aspettavano di essere ‘ricompensati’ dagli Stati Uniti che dovrebbero essere ringraziati per il loro generoso contributo al Medio Oriente e gli sforzi per mantenere la stabilità in una regione ricca di fattori destabilizzanti”, aggiunge il diplomatico.

Secondo Eran, “il nuovo governo in Israele è un vivido promemoria per tutti che Israele è una democrazia”. L’esecutivo Bennett-Lapid “rappresenta una varietà di ideologie, gruppi etnici e religiosi e una vittoria per un sistema legale”, prosegue. “Come molte altre democrazie deve affrontare sfide e difficoltà, ma l’esperienza degli ultimi due anni ha dimostrato che almeno per ora la democrazia in Israele ha vinto. Israele ha certamente i requisiti per partecipare” a un eventuale summit delle democrazie impostata dagli Stati Uniti per compattare l’Occidente davanti alle sfide delle autocrazie asiatica (Cina e Russia).

Un segnale in questo senso è recentemente arrivato da Gerusalemme, con la decisione israeliana di allenarsi agli Stati Uniti e criticare la Cina sui diritti umani violati nello Xinjiang.

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