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Non solo Joe Biden. Anche Kamala Harris vuole dire la sua sul summit Nato e la sfida delle democrazie occidentali a Russia e Cina. La vicepresidente degli Stati Uniti parla dalla Casa Bianca ma è ospite del Brussels Forum, la kermesse europea del German Marshall Fund, tra i più influenti think tank americani.

“Dalla forza di una democrazia dipende la forza di tutte le democrazie”, esordisce. Un anno di pandemia “ha rivelato le falle e la fragilità delle nostre istituzioni democratiche”, dice Harris. “Il 2020 ha segnato il peggior record per il deterioramento della democrazia e la libertà, ha permesso agli autocrati di creare più distruzione, di minare lo stato di diritto internazionale, attaccare le verità basate sui fatti, diffondere disinformazione. Hanno attaccato la fiducia pubblica nella nostra stampa, nella scienza, le corti, i sistemi elettorali, e nessuna regione è immune da questo trend”.

La numero due della Casa Bianca fa nomi e cognomi, proprio come Biden al G7 di Carbis Bay e poi a Bruxelles. “Dobbiamo ergerci insieme contro le violazioni dei diritti umani. Proprio come abbiamo fatto quando l’Ue e gli Stati Uniti hanno introdotto insieme le sanzioni contro gli abusi della Cina in Xinjiang, quando ci siamo opposti all’aggressione della Russia contro Alexey Navalny, o al presidente della Bielorussia per la sua repressione di chi chiede democrazia e diritti umani”.

Siamo entrati nell’era della “fragilità collettiva”, spiega Harris, “dovuta all’interconnessione e all’interdipendenza fra le nostre democrazie”. Parla da vera vicepresidente, e da papabile presidente futura. Non ha paura di mettere per un attimo da parte i dossier che sta seguendo in prima persona, dall’emergenza immigrazione ai diritti civili, per apporre la sua firma sul tour europeo di Biden, pronto a concludersi con il vertice insieme al presidente russo Vladimir Putin, questo mercoledì a Ginevra.

Il registro ricalca quello già usato dal presidente durante le tappe inglese e belga. Alleanza delle democrazie, condanna delle violazioni dei diritti umani, asse ritrovato fra Ue e Usa. Ma c’è un tocco personale nel discorso di Harris. Che parla di una crisi della democrazia non confinata ai soprusi dei regimi autoritari. Una crisi che tocca da vicino la politica europea. “Le fazioni antidemocratiche hanno guadagnato terreno in diversi Paesi in Europa”, dice la vicepresidente.

Poi torna su una ferita aperta nella memoria americana, il macigno più pesante sulla legacy di Donald Trump e dei Repubblicani a lui rimasti vicini. “Non dimenticheremo mai l’orrore del 6 gennaio, al Campidoglio, quando la democrazia è finita sotto assedio da parte di una folla violenta che rifiuta di accettare i risultati di elezioni libere e corrette. Dobbiamo rinforzare le nostre istituzioni democratiche, perfezionarle”.

Personale è anche il richiamo alla lotta ingaggiata dalla nuova amministrazione contro la corruzione, un’emergenza sentita dalla Harris, una lunga carriera da giudice alle spalle, culminata con la guida della procura distrettuale in California. “Per questo abbiamo designato il contrasto alla corruzione come un’emergenza per la sicurezza nazionale. La corruzione mina la responsabilità politica, la trasparenza, lo stato di diritto”. Rafforzare le democrazie, chiude Harris, significa infine renderle più resilienti all’interno, combattere le discriminazioni etniche, razziali, sociali. “Penso alle ingiustizie sperimentate dalle donne, dagli uomini di colore, da chi ha disabilità, dalle persone LGBTQ, dagli indigeni. La forza di una democrazia dipende dalla sua capacità di difendere i cittadini dalle ingiustizie”.

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