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Il canovaccio è sempre lo stesso. Un’ingente quantità di denaro prestato dalla Cina  a un Paese sovrano con l’obiettivo di finanziare infrastrutture strategiche salvo poi, al momento di rinegoziare il debito, far scattare una sorta di tagliola mortale. Con il risultato di ipotecare pezzi di economia e di industria del Paese esposto. Dopo il caso dell’Africa, raccontato da Formiche.net, adesso l’asse del debito cattivo cinese si sposta nel Pakistan, Stato baricentro e crocevia di molti interessi nello scacchiere asiatico. E a rimetterci potrebbe essere lo stesso rapporto tra Islamabad e Pechino, costruito su oltre dieci anni di relazioni bilaterali.

Che sta succedendo? Tutto ruota intorno agli interessi per 3 miliardi di dollari legati a un prestito da 31 miliardi concesso dalle banche statali cinesi per finanziare in larga parte la realizzazione di infrastrutture energetiche di tipo take or pay (clausola inclusa nei contratti di approvvigionamento del gas naturale, ai sensi della quale l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo contrattuale di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell’eventualità che non ritiri il gas) in Pakistan, Paese non ancora autosufficiente dal punto di vista dell’approvvigionamento di energia e alle prese con una crescita a dir poco anemica. Progetti inseriti nell’ambito del Corridoio economico Cina-Pakistan, sorta di via della Seta cucita su misura per le esigenze di Islamabad.

Ora, come rivelato da Asia News e confermato dal Times of India, nei giorni scorsi il ministero dell’Economia pakistano ha chiesto alle autorità cinesi la ristrutturazione del debito. Ottenendo un secco no. Pechino si è rifiutata di ristrutturare 3 miliardi di dollari di passività in scadenza che Islamabad probabilmente non pagherà a causa della sua scarsa capacità di crescita.

Andando incontro a delle conseguenze, visto che la probabile inadempienza del Pakistan potrebbe far scattare le micidiali clausole tipiche dei prestiti cinesi. Nel complesso, l’esposizione del Paese asiatico con il Dragone sul fronte degli impianti a contratto take or pay, ammonta a 19 miliardi di dollari, mentre i restanti debiti riguardano la costruzione di altri siti energetici, di cui Islamabad ha un disperato bisogno. Il no della Cina rischia comunque di complicare ulteriormente la delicata situazione debitoria pakistana.

Il governo è fortemente indebitato nel settore energetico e non solo con la Cina, al punto che lo stock al netto dell’esposizione con Pechino sarebbe passato dai 7,2 miliardi di dollari del 2018 ai 15,8 miliardi del 2021 (e dovrebbe crescere ancora fino ai 26,3 miliardi nel 2025). Più nel dettaglio, il Pakistan deve 11,3 miliardi al Club di Parigi, 33 a donatori multilaterali, 7,4 al Fondo Monetario Internazionale e 12 in obbligazioni internazionali.

Al momento, questi debiti corrisponderebbero all’11% del Pil nazionale, una soglia definita critica, visto che la somma di passività e debiti totali (non solo legati all’energia) ammonterebbero oggi a 294 miliardi di dollari e rappresenterebbero il 109% del Pil. Ma nel caso in cui i debiti dovessero continuare a crescere, gli esperti prevedono che il rapporto debito su Pil possa raddoppiare entro la fine del 2023, toccando il 220% del Pil.

Il Pakistan come l'Africa. Il debito cattivo mette in ginocchio un altro Paese

Islamabad chiede la ristrutturazione di 3 miliardi di interessi su un prestito da 31 miliardi concesso dalle banche cinesi per finanziarie le infrastrutture energetiche di cui il Paese ha un disperato bisogno. Ma Pechino risponde picche e aggrava la crisi del debito pakistano

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