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Gli episodi relativi alle violazioni delle acque territoriali nelle vicinanze di atolli contesi o all’impiego della forza non letale (come ad esempio l’uso dei cannoni ad acqua) sono quelli più noti della guerra ibrida condotta da Pechino contro le Filippine. Ma nella più ampia strategia cinese rientra anche una dimensione informativa, che si sviluppa principalmente nella dimensione digitale e in quella social. Un’inchiesta di Reuters firmata da Poppy McPherson e Karen Lema mette in luce le dinamiche dell’infowar condotta da Pechino a scapito di Manila.

Evidenziando in particolare il ruolo di InfinitUs Marketing Solutions, una società di proprietà cinese che ha sfruttato decine di account fake sui social media (e in particolare su Facebook) per condurre una campagna cyber atta ad esprimere consenso e simpatie verso le posizioni espresse dall’ambasciata cinese nelle Filippine, minare il sostegno alla politica del governo filippino e seminare discordia sull’alleanza di sicurezza di Manila con gli Stati Uniti, secondo quanto emerge dall’analisi dei documenti e dei falsi account Facebook, nonché da interviste condotte con due ex-dipendenti dell’azienda e due funzionari filippini. Gli account in questione, dietro ai quali si nascondevano dipendenti cinesi dell’azienda, si spacciavano per filippini filo-cinesi, attaccando gli Stati Uniti ed esponenti nazionalisti della politica filippina.

I documenti analizzati dai giornalisti includono un contratto risalente all’agosto 2023 che incarica InfinitUs di “orientare l’opinione pubblica” sui social. Reuters ha anche identificato almeno dieci account Facebook che facevano parte di quello che la stessa InfinitUs definiva nei documenti come un “esercito”. In un rapporto sullo stato di avanzamento dei lavori InfinitUs afferma che “L’esercito sostiene sempre le iniziative e le attività della pagina dell’ambasciatore cinese”, mentre in un altro documento viene sottolineato che “L’esercito ha diffuso un video speciale che spiega gli svantaggi del missile Typhon degli Stati Uniti schierato nelle Filippine”.

L’indagine di Reuters ha inoltre messo in luce che la campagna non si è limitata alla semplice amplificazione di contenuti pro-Cina. InfinitUs ha infatti creato e gestito un vero e proprio ecosistema mediatico parallelo, comprendente il portale Ni Hao Manila, progettato per apparire come un media locale indipendente ma in realtà utilizzato per veicolare messaggi filocinesi e screditare l’alleanza con Washington. Per aumentarne la visibilità, l’azienda ha acquistato like e follower falsi su Facebook e TikTok, raggiungendo centinaia di migliaia di utenti con video che esaltavano la potenza navale cinese e criticavano la cooperazione militare con gli Stati Uniti.

Il ruolo dell’azienda di proprietà cinese è già arrivato all’attenzione della comunità politica filippina. Lo scorso aprile, durante un’audizione al Senato, l’allora leader della maggioranza Francis Tolentino ha pubblicamente accusato InfinitUs di utilizzare account falsi per aumentare la visibilità dell’ambasciata cinese e condurre un’“operazione di influenza” a danno del suo Paese, presentando anche una copia di un assegno emesso dall’ambasciata a favore di InfinitUs.

Le Filippine, notano gli autori dell’inchiesta di Reuters, “non dispongono di leggi severe in materia di interferenze straniere, anche se i legislatori stanno lavorando per modernizzare e ampliare le norme in modo da punire anche la diffusione di disinformazione”. E questa debolezza contribuisce a facilitare l’attività ibrida cinese.

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