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Crescono in tutta Italia le proteste dei pubblici esercenti, degli ambulanti, dei ristoratori, degli albergatori che hanno dovuto rinunciare al movimento turistico del “ponte” di Pasqua. Come per altre categorie e gli operatori dello spettacolo il momento è particolarmente difficile soprattutto per chi non ha potuto neppure approfittare della “ripresina” di attività di fine estate e la situazione impedisce ogni programmazione delle attività anche dopo una eventuale “normalizzazione”.

Al danno si aggiunge la beffa per chi è localizzato vicino al confine svizzero dove le norme sono state applicate in modo molto più blando che non in Italia.

Come già l’anno scorso il paradosso si raggiunge là dove il confine è impalpabile e – di solito – neppure più oggetto di particolari controlli.

Un esempio sul Lago Maggiore: stesso clima, stessa lingua, stesso dialetto ma a poche centinaia di metri due realtà diametralmente diverse con alberghi aperti sulla sponda ticinese e chiusi su quella italiana.

La beffa è poi nei numeri: la gran parte dei lavoratori delle strutture elvetiche è comunque italiana,  i lavoratori sono “frontalieri” che ogni giorno attraversano il confine in pratica senza alcun controllo, così che l’eventuale contagio è all’ordine del giorno, ma in caso di positività (magari per un contagio “svizzero”) il ricovero – e relativi costi – avviene poi in Italia.

E qui nasce il “caso”: le due politiche diverse di affrontare il Covid-19 non hanno portato a sostanziale diversità nei numeri del contagio o dei deceduti. I “sacrifici” italiani non sottolineano percentuali di infezioni particolarmente diverse e più basse di quelle ticinesi, stando almeno alle cifre ufficiali fornite dai siti dei due Paesi. Il Piemonte ha 4.3 milioni di abitanti, esattamente la metà degli svizzeri, e se i casi sono stati in linea (319.000 in Piemonte, 613.000 in Svizzera) i deceduti elvetici risultano complessivamente 9.772 contro i 10.481 piemontesi.

È un paragone interessante: vale la pena una politica di restrizioni se non creano particolari benefici, ma per contro sicuramente penalizzano l’economia?

La partita vera è sui vaccini che anche in Svizzera sono relativamente pochi, anche se la copertura della popolazione è maggiore di quella italiana.

In concreto oggi siamo all’1% di italiani vaccinati settimanalmente, mentre la ressa corporativa del “ho diritto prima io” è diventata assordante, con indubbie ragioni anche per gli addetti al comparto turistico che di più hanno (avrebbero) rapporto con il pubblico.

Non sarebbe giusto “nazionalizzare” i vaccini limitando i profitti a livelli ragionevoli? Papa Francesco come Biden parlano di aprire le forniture di vaccini ai Paesi poveri ma le autorità politiche mondiali sono incongruenti rispetto ai principi e per ora non decidono nulla. Intanto miei amici che vivono in Florida sono tutti vaccinati, in Cile pure, in Israele lo sono già da due mesi e noi invece aspettiamo.

Italia-Svizzera, la beffa (tutta italiana) delle chiusure

Sul Lago Maggiore, stesso clima, stessa lingua, stesso dialetto ma a poche centinaia di metri due realtà diametralmente diverse con alberghi aperti sulla sponda ticinese e chiusi su quella italiana

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