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Una scommessa a perdere. Di quelle pericolose. La Cina è nel pieno di una transizione industriale, dove i vecchi comparti, mattone in primis, stanno via via lasciando il posto a quelli di nuova generazione: tecnologia quantistica, robotica, Intelligenza Artificiale, semiconduttori. E con tanto di sussidi. Il fiume di denaro pubblico che ha permesso a settori come l’auto di stravolgere in tutta sicurezza gli equilibri del mercato, è stato un passo alla volta deviato verso le nuove frontiere della competitività. Lo prova l’improvviso, lo scorso ottobre, stop ai finanziamenti all’industria automobilistica, decisa dal governo. O il sostanziale abbandono al suo destino del mattone, per storia e tradizione il cuore pulsante dell’economia del Dragone. Ora è tempo di andare oltre per Pechino. Ma la sensazione che sia un azzardo è forte.

Un gioco pericoloso

Il punto di caduta è più o meno questo: nonostante la spinta della mano statale in arrivo, investire sulla tecnologia e solo su essa non permetterà alla Cina di raggiungere i livelli di crescita auspicati dal governo. Vale a dire il sempre più mitologico target del 5% del Pil. Tanto che, come ha fatto notare l’agenzia americana Bloomberg, per il Dragone sarebbe già tempo di farsi un esame di coscienza e capire se davvero il gioco vale la candela. Ovvero se accantonare le vecchie sicurezze in favore di nuove sfide potrà garantire i medesimi livelli di crescita.

E qui interviene anche un’analisi del Rhodium, uno dei più autorevoli centri studi focalizzati sulla Cina. “Gli impatti a valle delle nuove industrie cinesi sono semplicemente inferiori a quelli delle industrie tradizionali. Un esempio è l’auto. Negli ultimi cinque anni, i veicoli a nuova generazione (elettrici, ndr) hanno rapidamente sostituito i veicoli a combustione interna, raggiungendo circa il 55% di tutte le vendite di auto nuove in Cina lo scorso anno. La crescita del settore dei veicoli a nuova generazione. Tuttavia, la contrazione associata della produzione di veicoli a combustione interna è stata di poco inferiore alla metà dell’espansione, attestandosi a 357 miliardi di yuan”.

Di qui una prima conclusione. “La strategia di sviluppo economico scelta dalla Cina non produrrà i tassi di crescita economica previsti da Pechino per i prossimi cinque anni. Una crescita del Pil reale del 5%, il livello obiettivo di Pechino negli ultimi anni e probabilmente il suo obiettivo per il 2026, richiederebbe almeno 2 punti percentuali di crescita da nuovi investimenti fissi ogni anno, che è più o meno quanto la Cina ha dichiarato ufficialmente negli ultimi anni”.

Tra presente, futuro e passato

Non è finita. “La Cina continuerà a dipendere ancora di più dalle esportazioni in futuro, rendendo l’economia vulnerabile a nuove restrizioni commerciali. La strategia di sviluppo e gli obiettivi di crescita economica della Cina continueranno dunque dipendere dagli investimenti e dalle esportazioni, ma non vi sono chiare prospettive che gli investimenti interni in tecnologia producano la domanda necessaria per raggiungere i tassi di crescita previsti, anche nei settori più recenti. Ciò significa che Pechino diventerà ancora più dipendente dall’acquisizione di quote di mercato nei mercati di esportazione, sia nei settori nuovi ma anche in quelli tradizionali”. Insomma, non sarà tanto facile per il Dragone gettare a mare tutti quei settori che finora l’hanno sostenuta. La sensazione è che il Dragone si sia incartato.

Chip cina

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