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Le opposte reazioni alle ipotesi (sottolineiamo ipotesi) di reato mosse contro un’Ong accusata di trasportare migranti in mare in cambio di lauti compensi hanno riportato in auge la nostrana radicalizzazione sul tema immigrazione. O meglio – aiuti ai migranti illegali.

Sono tornate santificazioni o demonizzazioni dell’episodio con le argomentazioni di sempre, talmente ripetitive da svuotarsi del loro significato originario per ostacolare la discussione sulle soluzioni tecniche per la questione a monte. Come se il tutto fosse causa e non conseguenza di un quadro complessivo che non si è voluto o potuto fin qui affrontare. O forse entrambe le cose.

Sul tema trionfa la tendenza di nascondere dietro un’eccessiva retorica le culturali carenze logistiche ed organizzative; abituali in un Paese che, prima del piano vaccinale nazionale, delibera la giornata in memoria delle vittime del Covid.

In passato, lo stallo sulla questione è sembrato legittimare i rappresentanti delle opposte parti, rafforzati senza troppi sforzi dagli stessi toni perentori dello scontro ideologico. Eppure, a ben guardare, la novità questa volta sta nel basso profilo tenuto nell’occasione dai principali referenti politici dei due schieramenti, che pure un anno fa sul caso di Aisha Silvia Romano avevano rimarcato con veemenza le proprie visioni opposte.

In parte è il risultato del confluire di forze pro e contro i migranti illegali nella maxi-maggioranza del Governo di Mario Draghi, con il risultato di annullarsi a vicenda. In parte è forse il segnale di qualcosa di più profondo, ovvero di un cambiamento in atto nel comune sentire popolare verso quelle consolidate retoriche del solidarismo (non solo internazionale) che hanno imperversato negli ultimi anni.

Fino alla comparsa della pandemia l’Italia ha abbondato di narrative sugli Aiuti tutte concentrate sui bisogni del Beneficiario di turno; tralasciando le riflessioni sulle motivazioni (politiche, economiche etc.)  del Donatore.

Si è scritto molto dei valori, poco degli interessi. Le numerose campagne di fundraising del solidale hanno usato tecniche di marketing emozionale trattando il singolo più come consumatore che come donatore individuale consapevole. È fenomeno comune nei paesi sviluppati e ricchi dove l’alta raccolta popolare di fondi per progetti di aiuti umanitari conto-terzi è tra gli indicatori principali del loro benessere sociale diffuso.

Ora che gran parte della popolazione è colpita dal virus e dai suoi alti costi sociali a tal punto da ritrovarsi essa stessa “beneficiaria” di forme di assistenza (che si tratti di ristori o vaccini poco cambia) si fa strada uno sguardo più critico e disincantato sugli aiuti, tipico delle pubbliche opinioni dei paesi in crisi.

Come avvenuto altrove, le contraddizioni, i ritardi e l’insufficienza degli aiuti aprono ad un sentimento popolare di scetticismo (quando non di rigetto) verso le retoriche stesse che li hanno accompagnati. Parole chiave come povertà, sanità, migrazione, accoglienza hanno subito un processo di de-moralizzazione e de-politicizzazione a vantaggio di visioni meno ideologiche. Meno apologetiche a priori (basti vedere l’abuso di altri termini emergenti come resilienza).

Se ne è avuta anticipazione con la chiusura dei porti ai migranti nel 2020. Tacciata come scelta politica di destra prima del Covid-19, è stata mantenuta dal secondo governo di Giuseppe Conte, di orientamento politico opposto. Come anche del ritorno dello Stato-nazione a scapito del multilateralismo su scala globale le tradizionali forze sovraniste hanno tratto molti meno vantaggi del previsto.

Questo temporaneo distacco dei sentimenti popolari dall’immigrazione unitamente al diffuso fastidio per le classiche retoriche solidariste potrebbe essere l’occasione da tempo attesa per togliere dai riflettori dello scontro politico la questione e affrontarla tecnicamente con un approccio integrato.

Il primo passo, di cui anticipammo su queste pagine, sarebbe il ridare una dimensione internazionale al problema dell’immigrazione, trattandolo come questione di politica estera, di difesa, di cooperazione internazionale meno orientata sull’umanitario e più sull’assistenza tecnica e vero transfer di alto know-how.

Affrontare in generale il problema del migrante prima che inizi il viaggio della disperazione, non quando è già sbarcato da illegale.  Ci aveva provato Marco Minniti: per i motivi ricordati qui in apertura è stato boicottato da destra e da sinistra.

Forse la vera sfida è sul piano interno, nel mettere le mani ad un settore non governativo sviluppatosi troppo spesso su zone d’ombra e contraddizioni lasciate irrisolte da una cultura legislativa che considera l’assenza di norme sull’associazionismo (sui doveri più che sui diritti) uno status privilegiato da garantire a quello di area politica.

Non vi è nulla di male nel fare dell’accoglienza (o dell’integrazione) dei migranti una professione stabile, a patto che crescano di pari passo la professionalità degli operatori e il sistema delle loro regole di ingaggio e di formazione minima necessaria. E che il tutto avvenga sotto la luce del sole, senza continuare a giocare sull’ambiguità di termini come “donatore”, “aiuto”, “volontario” e – soprattutto – “no-profit”.

Se è giusto che la figura di un rider che consegna pietanze a domicilio sia inquadrata normativamente, a maggior ragione lo deve essere quella di chi si prende in carico centinaia di esseri umani vulnerabili, per terra o mare che sia.

Anche se non è tra le sue priorità ma proprio per questo ridotto interesse politico del momento, il Governo Draghi potrebbe raggiungere egregi risultati nel campo degli aiuti alla migrazione.

Prima che gli sbarchi estivi tornino a fare più paura del Covid invernale.

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