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Il 28 novembre il premier etiope Abiy Ahmed ha annunciato su Twitter la riconquista della capitale del Tigray, Makalle, e la fine delle scontro riavviato qualche settimana prima col gruppo ribelle che combatte per l’indipendenza della regione, il Tigray People’s Liberation Front, Tplf. A distanza di due settimane, sebbene le forze governative siano nella città, gli scontri non si sono fermati, anzi: il Tplf, come prevedibile, si è messo in una fase di guerriglia che potrebbe durare molto tempo. “La situazione è molto tesa, da un momento all’altro può succedere di tutto e non abbiamo informazioni perché tutto è tagliato, sia internet che il telefono”, ha spiegato ieri un salesiano da Addis Abeba all’agenzia Fides. Sempre ieri, due funzionari delle Nazioni Unite sono stati colpiti da armi da fuoco mentre tentavano di raggiungere un campo di rifugiati a Shembelle. Il conflitto ha prodotto una crisi umanitaria in una delle aree più povere e sensibili del mondo: il Corno d’Africa – un’ara di interesse nazionale per l’Italia, come spiegato su queste colonne dalla viceministro degli Esteri, Emanuele Del Re.

Nei giorni scorsi gli Stati Uniti sono entrati nel merito della situazione dichiarando che l’Eritrea sta aiutando l’Etiopia militarmente. Il coinvolgimento di Asmara, sebbene smentito ufficialmente dal ministro degli Esteri, è un fattore calcolato: i tigrini – che hanno anche bombardato la capitale eritrea nelle scorse settimane – sono nemici comuni per i due Paesi, che invece sotto Abiy Ahmed (e con l’aiuto diplomatico anche dell’Italia) hanno ritrovato pace e relazioni dopo un conflitto ventennale. Sul motivo per cui gli Stati Uniti in questo momento abbiano deciso, per così dire, di alzare la posta, Giuseppe Dentice, analista dell’Ispi, fornisce a Formiche.net una ricostruzione ampia.

“L’amministrazione Trump sembra interessata a cristallizzare alcune situazioni nel modo più complesso possibile, anche uscendo da una traiettoria in politica estera che finora si è sostanzialmente mossa in continuità con le precedenti”, spiega. Qual è la visione sull’Africa in questo momento a Washington? “Per tutti e quattro gli anni di presidenza, Donald Trump ha guardato all’Africa solo in funzione anti-terrorismo. Oggi non vedo una strategia, anche perché se si è deciso di ritirare i soldati dalla Somalia (scelta presa non in concordanza con intelligence e Pentagono, ndr) e come ha fatto capire nei giorni scorsi l’acting-secretary alla Difesa si soppesa l’idea di uscire anche dal punto strategico di Gibuti. Risulta complicato comprendere quale strategia segua Washington se non lasciare problemi alla futura amministrazione”.

È molto difficile che gli Usa rinuncino a Gibuti, che non è semplicemente il punto di lancio (a Camp Lemmonier) dei droni con cui vengono eseguite operazioni anti-terrorismo sia in Africa che in Yemen, ma è anche un avamposto di osservazione privilegiato per tutti i traffici che risalgono Suez proveniente da Oriente. Non a caso molte grandi e medie potenze hanno costruito postazioni militari nel Paese. È però vero che Trump ha più volte usato decisioni di politica internazionale a scopo interno: in questo caso, abbinare la diffusione di informazioni sulla caoticizzazione del conflitto del Tigray (con l’ingresso in campo di unità eritree) al ritiro dalla Somalia può servire per darsi supporto politico (in termini di consensi interni). Il senso è: usciamo da quell’area che porta pochi ritorni a fronte di un coinvolgimento in un posto dove vogliono fare la guerra.

Trump ha anche detto e ripetuto che è possibile che l’Egitto decida di attaccare l’Etiopia per via della questione aperta attorno alla diga sul Nilo, nota con l’acronimo Gerd – in quell’occasione da Mosca e Pechino arrivò una posizione netta e contraria gelando il Cairo. Al di là delle dichiarazioni del presidente uscente, quella dello sbarramento che sta costruendo Addis Abeba per produrre energia idroelettrica – che per il Cairo è un’opera ostile che gli sottrae acqua – è un’altra sensibilità della regione che rende chiaro quanto la situazione sia delicata attorno al Tigray. Qual è il punto di equilibrio? “Partiamo da un aspetto – risponde Dentice – in Etiopia hanno investito in tanti: il Golfo l’ha trasformata nel proprio granaio, la Turchia nel manifatturiero, ci sono investimenti cinesi e poi quelli tedeschi su impianti energetici (eolici e solari). Questo significa che l’Etiopia è negli ultimi anni riuscita a rilanciarsi dando di sé un’immagine affidabile in grado di attirare gli investimenti. Ma significa anche che adesso nessuno ha interessi a intromettersi”.

Per l’analista italiano – che in questi giorni ha cofirmato con la collega Tiziana Corda (del Nasp dell’Università di Milano) un commentary uscito sul sito dell’Ispi – c’è una sostanziale volontà nel mantenere lo status quo, sebbene il suo disequilibrio, senza però innescare una reazione negativa da parte dell’Egitto, “che è parte in causa della crisi”. “L’Egitto – secondo Dentice – non starà a guardare, ma non intende affatto fare una guerra. Piuttosto cercherà di costruire meccanismi di pressione su Addis Abeba coltivando le relazioni con i paesi confinanti come l’Eritrea, il Sudan e il Sud Sudan”. D’altronde, la questione del Nilo coinvolge tredici paesi, fa notare l’analista, e contemporaneamente si tira dietro anche altri stati, come quelli del Golfo o Israele, che nella regione hanno profondi interessi.

La crisi etiopica vista dal Cairo. Carta di Tiziana Corda per Ispi

“Una rivalità geostrategica più aggressiva potrebbe esacerbare le tensioni nazionali e regionali e innescare altri conflitti, a scapito degli stessi interessi del Cairo”, scrivono Dentice e Corda: “Ma se il multilateralismo è la migliore risposta per fermare la crisi nella regione, un’escalation controllata potrebbe anche aiutare l’Egitto a governare la crescente instabilità regionale e proteggere i suoi molteplici interessi e risorse nella più ampia arena del Mediterraneo e del Mar Rosso”.

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