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Tra due giorni, martedì 6 aprile, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sarà in Libia — visita che ha innescato un ritorno dell’interesse sul dossier tra i media italiani. La tempistica di Draghi in Libia segna uno dei nodi della proiezione geopolitica dell’Italia; tutt’altro che banale.

Quella di Tripoli sarà la prima tappa estera del leader dell’esecutivo italiano, rivendicando una priorità geo-strategica che già recentemente Roma aveva messo in evidenza — quando il ministro Luigi Di Maio era volato a Tripoli in un viaggio lampo per incontrare, primo tra gli occidentali a vedere di persona il nuovo premier onusiano Abdelhamid Dabaiba, alla vigilia della ministeriale del Consiglio Ue e del faccia a faccia col segretario di Stato, Anthony Blinken, a latere del vertice Nato.

Priorità e ruolo sulla Libia che lo stesso americano ha confermato al governo Draghi, sostanzialmente per due ragioni. La prima riguarda la Russia, la cui presenza nel Mediterraneo centrale (contractor a plausible deniabilty sono posizionati in Cirenaica, dopo aver fornito assistenza alle ambizioni del capo miliziano dell’Est) è inaccettabile per Usa e Nato, visto la sensibilità dell’area — dai cavi sottomarini alle basi siciliane. La seconda riguarda la necessaria stabilità regionale, che dalla Libia passa, coinvolge Tunisia e Algeria, Egitto, e tocca tutta la fascia mediterranea sfociando in quella, ultra-delicata, orientale e allargandosi al Medio Oriente.

Questa seconda ragione ha un corollario che riguarda la Turchia. L’attività di Ankara nel Mediterraneo è complessa, riguarda sia l’East Med che la Libia – dove ha trovato uno sfogo militare dando sostegno al governo onusiano fino al respingimento dell’aggressione haftariana iniziata esattamente due anni fa e bloccata lo scorso anno. Ora i turchi dialogano, con l’Egitto, con Israele, con la Grecia. L’intervento in Libia è accettabile nell’ottica del bilanciamento russo, per Ue e Usa (Nato). E l’Italia ha un ruolo di contatto. Il valore strategico che Roma ha per Washington – d’altronde individuabile fisicamente con la Sesta Flotta, col Muos, con la base di Sigonella – diventa chiaro anche nell’ottica di contatto con Ankara. Un ruolo di equilibrio che serve sia per il Mediterraneo che per l’allargamento al Medio Oriente, alla fascia del Sahel, al Corno d’Africa. Casualità che a Tripoli martedì ci sarà anche il primo ministro greco?

Draghi arriverà in Libia con un percorso chiaro tracciato giorni fa, quando annunciando la sua visita ha sottolineato la necessità di esserci per proteggere l’interesse nazionale italiano, pur mantenendo la bussola sul multilateralismo – dove Usa e Ue sono le sponde, e l’Onu il contesto per sostenere il nuovo governo Dabaida in un momento cruciale; in cui va assistito lo sforzo di stabilizzazione. Ma c’è anche da tutelare fattori di priorità per l’Italia come i progetti di ricostruzione, i consolati a Sud e a Est da (ri)aprire, il controllo dei rubinetti migratori, la sicurezza energetica (non a caso, durante la prima visita italiana, con Di Maio era presente per un incontro col premier locale Claudio Descalzi, ad di Eni).

Nell’ottica generale, dunque, la prima visita di un capo di governo occidentale al neonato governo onusiano segna non solo la continuità sul processo di pace e stabilità per l’Italia – che contribuì, nel marzo 2016, a portare fisicamente alla base di Abu Setta di Tripoli il predecessore di Dabaida, Fayez Serraj – ma anche un passaggio importante davanti alle mosse russe (in Libia come nel Mediterraneo) e turche. Tanto più che la missione di Draghi – che ha già parlato e agito sul solco atlantista – si allinea con il ritorno degli Stati Uniti nel ruolo di protettori della democraticità globale.

La politica estera di Draghi? Inizia in Libia. Ecco perché

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