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Non so quante fossero le pezze colorate dell’abito di Arlecchino, probabilmente più di 20. Ma anche venti sono una bella arlecchinata. Peccato che in questo caso ci sia poco da ridere. Procedere con una organizzazione efficace per contrastare una pandemia è necessario. Ma una organizzazione efficace non si costruisce con venti diversi sistemi di vaccinazione, venti diversi sistemi di acquisto, venti diverse priorità per compilare gli elenchi dei cittadini da convocare. La tabellina del venti è quella dell’ultima versione del federalismo regionale. La parodia di una cosa seria.

Era serio invocare il principio di sussidiarietà, secondo il quale “l’azione di governo si svolge a livello inferiore e quanto più vicino ai cittadini, salvo il potere di sostituzione del livello di governo immediatamente superiore in caso di impossibilità o di inadempimento del livello di governo inferiore”. Ma è poco serio ignorare la Costituzione, che (articolo 117) nella ripartizione di poteri tra Stato ed enti locali, prevede per il caso di “profilassi internazionale” la competenza esclusiva dello Stato. La stessa architettura si trova nel trattato dell’Unione che trasferisce verso l’alto la competenza in materia di “grandi flagelli che si propagano oltre frontiera” (articolo 168).

Lo ha ricordato pochi giorni fa Giulio Tremonti, invocando i prefetti, in un’intervista proprio a Formiche. Lo aveva rammentato qualche settimana prima Sabino Cassese commentando una sentenza della Consulta che aveva dato ragione allo Stato contro la Valle d’Aosta, proprio circa le competenze sulla gestione della pandemia.

La norma è chiara, ma la confusione rimane grande sotto il cielo. Per cui succede che un ultraottantenne della Lombardia (e non solo) non sa ancora quando farà il vaccino, mentre un docente universitario del Lazio (non solo) è già vaccinato anche se continua da mesi a svolgere didattica a distanza. Forse le badanti o i vigili del fuoco non avevano qualche urgenza in più? È la bolgia della corsa al privilegio, all’esercizio dell’influenza, dietro il mantello della malintesa autonomia. Lo aveva capito subito Mario Draghi, se nella sua prima conferenza stampa ammise che le Regioni andavano in ordine sparso, e lo ha ridetto più chiaramente in questi giorni.

Temo che senza un nuovo intervento legislativo assisteremo ancora a questo conflitto irrisolto tra Regioni e Stato. Con la riforma del 2001 (Titolo V), approvata con referendum popolare, si è innescato uno dei processi più spinosi di conflittualità tra Istituzioni. Già nel 2002, appena un anno dopo l’approvazione del nuovo capitolo costituzionale, si contavano più di cento ricorsi nel contenzioso Stato-Regioni. A tutt’oggi se ne sono inanellati oltre 1800. Dunque, il termometro della Corte continua a misurare un’alta conflittualità centro-periferia. Senza parlare dei conflitti che giacciono dinanzi alla magistratura amministrativa.

Come capita spesso, si litiga molto quando c’è poco da spartire. Hanno buon gioco alcuni Governatori che dicono: il problema non è l’organizzazione, ma la carenza dei vaccini. Opinione condivisa da Bonaccini a Zaia. Ma il nodo delle competenze tra Stato e Regioni giace fondamentalmente irrisolto. E sembra che nessuno voglia risolverlo.

Eppure la super-maggioranza che sostiene il Governo Draghi potrebbe darsi l’obiettivo di mettere mano alla norma, approvando una legge costituzionale senza dover passare dalla via referendaria. Per assicurare certezza di diritto e per evitare perdite di tempo e di risorse servirebbe una chiara distinzione di competenze sulle materie concorrenti e sulle attribuzioni certe di potere. Il Paese ha bisogno di essere governato, non di ritrovarsi campo di battaglia per litigi e conflitti. La super-maggioranza oggi c’è. Potremmo approfittarne.

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