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Il progetto Golden Dome, l’ambizioso scudo missilistico promosso da Donald Trump, inizia a prendere forma. Secondo quanto riportato da Reuters, SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, sarebbe in una posizione di vantaggio per assumere un ruolo primario nello sviluppo della componente spaziale del futuro sistema di difesa strategica degli Stati Uniti. Secondo fonti interne, l’amministrazione Usa starebbe portando avanti colloqui con l’azienda di Musk per rendere operativo il sistema tra il 2026 e il 2030, ma molto resta ancora da definire.

Un sistema strategico radicalmente diverso da Iron Dome

A dispetto del nome evocativo, il Golden Dome non ha nulla in comune con l’Iron Dome israeliano, se non l’ambizione difensiva. Mentre il sistema sviluppato da Rafael è pensato per intercettare razzi artigianali e missili a corto-medio raggio in un contesto di minaccia tattica, il Golden Dome si configura come un’infrastruttura strategica multilivello. L’obiettivo non è solo quello di neutralizzare l’attacco, ma farlo nel minor tempo possibile, anche a migliaia di chilometri dalla costa americana, integrando assetti spaziali, sensori terrestri, sistemi IA e capacità di risposta cinetica.

La prima componente del sistema sarà il cosiddetto custody layer, una rete di satelliti in orbita bassa incaricati di rilevare i lanci, tracciarne la traiettoria, e determinare in tempo reale la probabilità di impatto sul territorio nordamericano. È su questa parte che SpaceX sta concentrando la sua offerta. L’azienda stima infatti che, solo per il design e l’ingegnerizzazione iniziale, dovrà sostenere costi tra i 6 e i 10 miliardi di dollari.

La timeline predisposta dal Pentagono prevede una prima capacità operativa a partire dal 2026, con progressivi aggiornamenti fino al 2030 e oltre. Un tempo tecnicamente compresso, che favorisce chi – come SpaceX – dispone già di assetti, vettori e infrastruttura. La rilevazione dei missili in arrivo, però, costituirà solo il primo strato dello scudo. I dati raccolti dovranno essere processati, fusi e analizzati rapidamente per permettere decisioni operative in una finestra temporale ristretta. A valle, verranno impiegati intercettori terrestri o aerei, probabilmente integrati con tecnologie non ancora pienamente operative (come laser direzionali o armi a energia diretta). Si tratterebbe dell’integrazione definitiva tra i domini – terra, cielo, spazio e informazione –, perfettamente in linea con la logica delle operazioni multi-dominio e la dottrina del joint all-domain command and control.

Il ruolo crescente delle emerging tech

Accanto a SpaceX, il Golden Dome ha attirato l’interesse di oltre 180 aziende, tra cui alcuni nomi noti dell’ecosistema tech-militare emergente. Tra questi, Reuters cita Anduril Industries e Palantir Technologies, che peraltro hanno recentemente annunciato una collaborazione per l’addestramento congiunto di modelli di intelligenza artificiale destinati all’impiego in contesti operativi. La presenza di queste aziende nel perimetro della discussione è indicativa del ruolo, sempre maggiore, che le big tech stanno assumendo nell’ambito della difesa e della sicurezza. Il punto non è più soltanto chi costruisce cosa, ma chi è in grado di fornire al governo un’infrastruttura operativa flessibile, scalabile e capace di tradursi in superiorità decisionale.

Un “abbonamento” per la difesa aerea?

Sempre secondo Reuters, SpaceX avrebbe proposto al Pentagono di avvalersi “in concessione” dei servizi offerti dall’azienda per far operare Golden Dome. La proposta si discosterebbe sensibilmente dai modelli tradizionali del procurement militare, prevedendo che sia l’azienda a possedere e gestire le piattaforme, fornendo al governo accesso ai servizi tramite un modello a sottoscrizione, piuttosto che vendere o cedere il controllo delle infrastrutture. L’idea di Musk avrebbe sollevato perplessità al Dipartimento della Difesa, dove si teme che affidare una capacità strategica vitale a un’infrastruttura privata, non direttamente sotto controllo federale, potrebbe portare a creare dipendenze difficili da gestire in uno scenario di crisi. Eppure, la combinazione tra costellazioni esistenti, capacità di lancio autonome e un tempo di esecuzione competitivo mantiene SpaceX in testa alla gara. Tuttavia, fonti della Casa Bianca lasciano intendere che la decisione finale, che sarà inevitabilmente politica, non arriverà in tempi brevi. Per ora — ma forse ancora per poco — Golden Dome rimane un progetto rivoluzionario solo sulla carta, al pari del suo noto predecessore, la Strategic defense initiative di Ronald Reagan.

Musk punta al Golden dome, lo scudo spaziale Usa

Il progetto Golden Dome, lo scudo missilistico strategico promosso da Donald Trump, sta prendendo forma, con SpaceX in pole position per realizzarne la componente spaziale. Anche Anduril e Palantir farebbero parte della cordata. A differenza dell’Iron Dome israeliano, Golden Dome è pensato per una difesa globale, integrando satelliti, IA e tecnologie emergenti. Nonostante le sfide politiche e un modello inusuale proposto da SpaceX, il progetto potrebbe rivoluzionare la deterrenza per come la conosciamo. Ma le decisioni finali rimangono ancora in sospeso

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