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“Non puoi vincere la partita se sono altri a decidere le regole del gioco”. Tom Wheeler è stato per quattro anni, dal 2013 al 2017, a capo delle telecomunicazioni americane. Il ruolo di presidente della Federal communication commission (Fcc), che ha ricoperto con Barack Obama alla Casa Bianca, è tra i più delicati dell’amministrazione. Permette però di avere una panoramica esclusiva sullo sconfinato mondo delle big tech Usa, i rischi alla sicurezza, il labirinto di norme, regole, permessi. Su quel mondo si è appena abbattuta la scure della Commissione Ue di Ursula von der Leyen con due provvedimenti, il Digital Services Act (Dsa) e il Digital Market Act (Dma), che promettono di innescare un’infinita battaglia legale con la Silicon Valley. Attenzione, spiega a Formiche.net Wheeler, oggi senior fellow della Brookings Institution, Bruxelles su un punto ci ha visto lungo. Se non ci pensa l’Occidente a dettare le regole sul digitale, “sarà la Cina a farlo”.

Partiamo dalla nuova normativa Ue. Il passo è più lungo della gamba?

Avere una regolamentazione di queste piattaforme digitali dominanti è una necessità. In questo campo l’Europa è avanti di due, tre anni sugli Stati Uniti. Sì, abbiamo delle cause in corso contro Facebook e Google, ma l’Ue ricorreva a questi strumenti 20 anni fa. Le cause in tribunale sono per definizione lente e dall’esito incerto, serve qualcosa in più della semplice normativa antitrust.

Gli Stati Uniti a che punto stanno?

Un passo indietro, purtroppo. Siamo i leader nella produzione e nei servizi digitali nel mondo, ma arranchiamo disperatamente nella regolamentazione. Devi avere entrambe, la policy e il prodotto.

Cosa spiega il ritardo?

Le aziende americane hanno lottato in ogni modo per far sì che il governo federale non facesse nulla in termini di supervisione regolamentare. Si accorgeranno presto che non è una tattica conveniente. Oggi le regole vengono decise a Bruxelles e nelle capitali europee. In un mondo connesso, le regole applicate in un segmento così ampio diventano le regole di tutti.

Eppure gli Stati Uniti dominano ancora il mercato digitale. O no?

Il mercato? Sì. Ma un tempo eravamo leader nella definizione degli standard internazionali sulle tecnologie. Negli ultimi vent’anni abbiamo deciso di rinunciare a una policy nazionale per regolamentare il settore tech affidandoci ai forum internazionali.

Il risultato?

Non tocchiamo più palla. Così ora singoli Stati come la California sono costretti a prendere l’iniziativa aumentando la balcanizzazione della normativa. Dobbiamo tornare al tavolo. Se non conosci la tua normativa come fai a incidere su quella internazionale?

L’affondo della Commissione Ue non rischia di peggiorare i rapporti con l’amministrazione Biden?

Tutto è possibile. Di certo l’amministrazione Biden avrà una particolare sensibilità per le politiche tecnologiche. Ma è anche vero che deve prima fare i conti con cinque sfide esistenziali, contemporaneamente. Pandemia, crisi economica, giustizia sociale, cambiamento climatico e ora lo shutdown del governo federale. La tecnologia può aspettare ancora un po’.

Esiste una via alternativa? Un’alleanza fra Europa e Stati Uniti sulle tecnologie critiche è fantascienza?

Un’alleanza fra democrazie occidentali non solo è possibile, è necessaria. A partire proprio dalla regolamentazione. In questo momento la Cina sta dettando le sue regole, penso all’Itu (International telecommunication union, ndr) dove il governo cinese sta cercando di imporre un nuovo protocollo di internet (Ip). Se l’Occidente non dice la sua, il capitalismo democratico soccomberà di fronte alla gestione autoritaria del mercato.

Si parte dall’Intelligenza artificiale?

Non solo. Il Regno Unito e gli Stati Uniti, per esempio, hanno appena siglato un accordo sul Cloud. Dobbiamo parlare con i nostri alleati transatlantici. Biden ha annunciato un summit delle democrazie occidentali per ricostruire quel che Trump ha dismesso. Ecco, il digitale è il punto di partenza.

Capitolo 5G. Si riuscirà a trovare un approccio comune sulla tecnologia cinese?

Gli Stati Uniti hanno una linea molto chiara. Dicono da anni agli operatori di non utilizzare equipaggiamento Huawei nella rete 5G. Trump parla tanto, ricordo però che già l’amministrazione Obama si era mossa in tal senso. Tutti i principali operatori si sono adeguati, tranne i tanti piccoli e medi operatori delle aree rurali su cui ora sta intervenendo la Fcc attuando il “Rip and Replace act”. Stiamo facendo grandi passi anche sullo sviluppo degli standard per l’O-Ran (Open radio access network, ndr).

Di cosa si tratta?

È l’unico sistema in grado di spezzare la natura proprietaria e verticale delle reti wireless proponendo reti con un software aperto e modulare. In questo modo tutti gli operatori hanno interesse ad alzare l’asticella della sicurezza.

Insomma, un mercato aperto. Non è un po’ utopistico?

No, anzi ha fatto enormi progressi. C’è anche un’azienda italiana, Vodafone, che sta installando migliaia di stazioni base. E il decreto per l’autorizzazione della Difesa nazionale include appositi fondi per invitare gli operatori ad aderire all’O-Ran. Ne sentirete parlare sempre di più.

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