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C’è un’ambizione che va oltre il calendario della due giorni romana “L’Italia dei Liberali. Verso il 2027”: rimettere in moto una tradizione politica spesso minoritaria, ma decisiva per leggere il presente. Tra istituzioni, accademia e dibattito pubblico, l’iniziativa ideata da Federico Bini (editore della neonata Straborghese edizioni e saggista) prova a trasformare un evento in un progetto. Ne abbiamo parlato con lui.

Da dove nasce l’idea di questa iniziativa e che segnale vuole dare?

Nasce da un’esigenza molto concreta. Nell’ultimo anno mi sono posto due obiettivi: costruire una piccola casa editrice per recuperare e rilanciare autori liberali tra Ottocento e Novecento e, parallelamente, dare vita a un think tank. L’evento di Roma è il punto di incontro di questi due percorsi. Vuole essere un primo passo per raccogliere il meglio della cultura liberale italiana e provare a rimetterla in circolo.

L’evento ha un parterre molto ampio, tra politica, accademia e giornalismo. Ma, soprattutto, tra passato e presente. È una scelta voluta?

Assolutamente sì. L’idea è quella di creare un luogo di confronto reale, non chiuso. Dai saluti istituzionali ai panel storici e di attualità, fino ai temi geopolitici e alle riforme, abbiamo cercato di tenere insieme mondi diversi. Perché il liberalismo, se vuole incidere, deve tornare a parlare a più livelli.

Che tipo di liberalismo immaginate di rappresentare?

Un liberalismo plurale. Liberal democratico e liberal conservatore insieme. Non un recinto identitario, ma uno spazio di confronto. La cultura liberale in Italia è stata spesso minoritaria, a volte dalla parte dei vinti, ma proprio per questo conserva una forza critica che oggi può tornare utile.

Nel programma c’è un forte richiamo alla storia, dall’Unificazione fino al pensiero di Antiseri. Quanto pesa il passato nella vostra visione?

Pesa molto, ma non deve essere un vincolo. Abbiamo un debito nei confronti della storia, però credo che ci sia la necessità di non aver paura di affrontare le sfide del futuro. Non possiamo permettercelo. La memoria serve a orientarsi, non a fermarsi.

Tra le righe emerge una visione di un Paese più portato alla conservazione che al cambiamento. È davvero così?

L’Italia è un Paese della conservazione, più che conservatore. Questo significa che tende a difendere assetti esistenti, spesso legati a una visione paternalista e assistenzialista dello Stato. Il punto non è negare i valori della conservazione, ma affiancarli a una spinta liberale che rimetta al centro merito, responsabilità e libertà individuale.

Qual è l’ambizione del think tank che state costruendo?

Essere un ponte. Tra passato e futuro, tra storia e modernità. Il think tank vuole raccogliere energie, idee e competenze per far germogliare una cultura liberale nuova, capace di evolversi e di incidere davvero nel dibattito pubblico.

L’evento guarda esplicitamente al 2027. Perché questo orizzonte?

Perché serve iniziare a ragionare in prospettiva. Siamo dentro trasformazioni profonde, geopolitiche e tecnologiche. I liberali non possono sottrarsi. Devono tornare a essere protagonisti del dibattito pubblico, portando idee e proposte su riforme, economia, istituzioni.

Che ruolo hanno i temi internazionali, come il rapporto transatlantico e il ruolo dell’Unione europea?

Sono centrali. La democrazia liberale oggi si gioca anche su quel terreno. Il rapporto transatlantico resta un pilastro, ma va ripensato alla luce dei nuovi equilibri globali. Allo stesso tempo, l’Europa deve essere protagonista, non spettatrice.

Nel programma emerge anche il tema del rapporto tra liberali e conservatori. È una sintesi possibile?

È una tensione che può diventare una sintesi. Io stesso mi riconosco in alcuni valori della conservazione, ma credo che oggi serva un equilibrio diverso. La sfida è costruire una cultura politica che sappia tenere insieme libertà e tradizione, innovazione e radici.

Cosa vi aspettate dopo questa prima edizione?

Che diventi un appuntamento stabile. Un luogo dove ogni anno si fa il punto sul Paese e si costruiscono idee. Il lavoro è tanto, perché siamo nel mezzo di rivoluzioni epocali, ma c’è entusiasmo e determinazione. L’obiettivo è contribuire a immaginare e realizzare un’Italia più libera, più dinamica, più moderna, senza recidere i legami con la nostra storia.

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