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Le sanzioni formato extra-large devono aver fatto passare un brutto quarto d’ora a qualcuno, a Pechino. Piccolo promemoria: lo scorso luglio, per la prima volta l’Unione europea, che proprio in questi giorni ha staccato un altro assegno per l’Ucraina, sotto forma di interessi maturati sui beni congelati alla Russia, ha deciso di colpire direttamente il sistema bancario cinese. Tutto questo quando mancano pochissime ore al delicato, forse decisivo, vertice in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin.

Nel 18esimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, Bruxelles ha inserito nella lista nera due istituti di credito regionali: la Suifenhe Rural Commercial Bank e la Heihe Rural Commercial Bank, attive nelle città cinesi al confine con la Russia. Le due banche sono accusate di facilitare transazioni tra Mosca e Pechino che aggirano le sanzioni occidentali. La loro inclusione rappresenta un salto di qualità nella strategia europea: non più solo pressione sulla Russia, ma un avvertimento chiaro alla Cina, sospettata di fungere da polmone economico per l’economia russa sotto embargo. Agli atti c’è da mettere che il Dragone è, insieme all’India, uno delle due grandi economie globali che ancora compra petrolio e gas dall’ex Urss, garantendo una quota di entrate per il bilancio pubblico.

Il boccone, però, deve essere andato di traverso a Xi Jinping. Tanto che il ministero del Commercio cinese ha annunciato contromisure contro due istituti finanziari dell’Unione europea, proprio in risposta alla decisione di Bruxelles di inserire due istituti finanziari mandarini nel 18/o pacchetto di sanzioni contro la Russia, finita nel mirino per la sua aggressione all’Ucraina. Si tratta, in base a quanto spiegato in una nota dello stesso dicastero, delle lituane Ab Mano Bankas e Uab Urbo Bankas: “alle organizzazioni e agli individui all’interno del territorio cinese è vietato effettuare transazioni, cooperare e svolgere altre attività con tali banche”.

Pechino, nell’occasione, ha esortato “l’Ue a correggere le sue pratiche illecite” e “a smettere di danneggiare gli interessi cinesi”, considerando le sanzioni europee a carico di due sue banche “una grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali”.

La risposta cinese, tuttavia, ha un effetto simbolico: nella lista nera sono finiti due istituti di credito di Vilnius con cui Pechino ha contatti diplomatici minimi dopo che le relazioni bilaterali si sono deteriorate nel 2021 a causa del permesso lituano dato a Taiwan di aprire un suo ufficio con la dicitura ‘taiwanese’ nel nome, quando rappresentanze simili operano in altri Paesi sotto il nome di Taipei. Una mossa che Pechino ha interpretato come un tentativo dell’isola, rivendicata come territorio “sacro” e inalienabile”, di affermarsi come Stato indipendente. La Cina, in risposta, ha richiamato il proprio ambasciatore da Vilnius e ha espulso quello lituano da Pechino.

Vendetta cinese sulle banche europee. Ma è solo un buffetto

A poche ore dal delicatissimo vertice in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin, Pechino chiude i rapporti con due istituti dell’Unione, rea di aver colpito per la prima volta, due banche del Dragone accusate di finanziare Mosca. Un gesto di stizza, però, più simbolico che altro

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