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A poche ore dall’assassinio mirato di Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato responsabile del programma nucleare di Teheran ucciso venerdì a una sessantina di chilometri dalla capitale iraniana, i vertici del regime — dal ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif al capo di Stato maggiore delle Forze armate, generale Mohammad Hossein Bagheri — avevano puntato il dito contro due figure: i “sionisti” e i “terroristi”. In molte ricostruzioni combaciavano, in linea con l’etichetta che Teheran ha appiccicato su Israele: “Stato del terrore”.

Ma nelle ultime ore sta prendendo piede una certa distinzione delle due entità. Per rendersene conto è sufficiente leggere le parole dell’ammiraglio Ali Shamkhani, capo del Consiglio supremo per la Difesa iraniano. Secondo l’ufficiale dei Pasdaran lo scienziato è stato colpito in “un’operazione complessa” in cui sarebbero “coinvolti il Mek e il regime sionista e il Mossad”. Secondo Teheran, dunque, i Mujahedin del popolo (Mek, il gruppo di opposizione con buoni rapporti con Israele e gli Stati Uniti, da anni in lotta contro il regime degli ayatollah) avrebbero agito con Israele il suo servizio segreto per l’estero. Una tesi rilanciata subito dopo l’uccisione anche da Trita Parsi, iraniano-statunitense oggi vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft, in passato a capo del National Iranian American Council, Ong accusata di lobbying per il governo iraniano (il Washington Times rivelò gli sforzi di Parsi per organizzare incontri tra membri del Congresso statunitense e l’allora ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Zarif, oggi a capo della diplomazia di Teheran).

Una pista che però non trova molti riscontri in ambienti israeliani consultati da Formiche.net. Piuttosto, non si esclude affatto che l’assassinio mirato sia stato “100% made in Mossad”.

Può essere interessante, però, soffermarsi sulle ragioni che potrebbero aver spinto Teheran ad alimentare la teoria secondo cui all’uccisione avrebbe lavorato anche il Mek (fino al 2012 nella lista Usa del terrorismo). L’accusa sembra rispondere a due necessità per il regime iraniano. La prima: coprire la falla nella sicurezza e negare la penetrazione israeliana nella società iraniana raccontata sul New York Times da David D. Kirkpatrick, Ronen Bergman e Farnaz Fassihi. La seconda: trovare un colpevole, o per meglio dire darlo in pasto all’opinione pubblica.

L’Iran è molto più che accerchiato, infatti: è stato penetrato. È molto probabile che operativi altamente qualificati e silenziosi si siano infiltrati all’interno della Repubblica islamica per portare a termine azioni dal forte impatto simbolico. Lo è l’assassinio dell’ingegnere Fakhrizadeh, lo è l’uccisione del numero due di al Qaeda, azioni attribuite al Mossad anche secondo le accuse pubbliche del governo. Entrambi erano figure protette dai Pasdaran: il primo, super scienziato a cui pare era affidato il controllo del programma nucleare clandestino; l’altro era uno dei leader jihadista a cui i Guardiani davano riparo considerandolo un asset dal doppio valore, utile per gestire attacchi contro i nemici reciproci (Golfo e Israele) e per evitare ritorsioni dei gruppi radicali sunniti sul proprio territorio.

Azioni dal forte impatto pubblico che hanno portato sotto i riflettori la leadership iraniana, accusata di non aver fornito adeguata sicurezza. Polemica che si trascina da questa estate, quando diversi siti strategici (su tutti l’impianto nucleare di Natanz) sono finiti oggetto di sabotaggi dagli effetti spettacolari. I falchi ultra-conservatori, maggioranza sempre più forte anche a seguito di certe vicende, rinfacciano ai pragmatici di essere deboli; di aver lasciato spazi ai nemici. Dall’altro lato, la polemica che esce dal governo rimbalza verso le responsabilità sui Pasdaran, che si stanno dimostrando incapaci di proteggere anche i loro pezzi da novanta come il super-generale Qassem Soleimani (eliminato da un drone americano appena fuori l’aeroporto di Baghdad).

E così, il coinvolgimento del Mek sembra invece più narrazione. Una sorta di capro espiatorio utile per delegittimare le azioni del “nemico sionista” per non mostrare la forza e la capacità operativa la israeliana, e altrettanto evitare di esporre pubblicamente le proprie vulnerabilità. Di fatto, l’Iran è in difficoltà: pressato dalle sanzioni, sotto la morsa del Covid (dove Fakhrizadeh aveva un ruolo apicale nel piano di contenimento), esposto ad attacchi dall’interno che seminano ulteriore divisione politica con riflesso sulle tensioni sociali esistenti.

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