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A fine giornata c’è chi parla di sintonia e unità, chi di semplice tattica politica. Quel tabellone a Palazzo Montecitorio è un colpo d’occhio insolito: 552 voti favorevoli, nessun contrario, 6 astenuti sullo scostamento di bilancio. Un plebiscito. Anzi, uno scostamento della maggioranza. Fragile, effimero, ma non scontato.

Inevitabile, a freddo, la conta di vincitori e vinti. Fra i primi va annoverato il vero broker dell’operazione, Silvio Berlusconi. Accusato fino all’ultimo dai suoi alleati di aver cambiato casacca, è riuscito a trascinare tutto il centrodestra sulla linea dialogante e moderata. Ora l’(ex) arcinemico della sinistra italiana si gode il momento e raccoglie le rose sul palco lanciate da tutta la maggioranza. Il ministro dem e capodelegazione Dario Franceschini si spinge più in là e gli fa un pubblico “chapeau”: “Una scelta di responsabilità di Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi”. Con lui, fondamentale per la buona riuscita, ancora una volta la regia discreta ma inarrestabile di Gianni Letta.

Vincono Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, che infatti non risparmiano grandi elogi alla prova di (apparente) unità. Dopotutto, il voto bulgaro sullo scostamento sancisce il ritorno della tattica parlamentare e delle segreterie di partito dopo settimane, mesi di protagonismo assoluto di Palazzo Chigi e una gestione verticistica (talvolta obbligata) dell’emergenza Covid-19. Il ritorno, soprattutto, della politica sull’amministrazione e i tecnicismi. Ma allenta anche la polarizzazione fra maggioranza e opposizione che mal si adeguava alla distensione avviata dal ministro degli Esteri per parlare ai moderati, al ceto medio, a Forza Italia.

Di qui gli sconfitti. Matteo Salvini e Giorgia Meloni devono deglutire controvoglia il boccone. Le reazioni un po’ stizzite a mezzo stampa tradiscono il nervosismo per quello che, a tutti gli effetti, è un cedimento alla linea di Arcore. Poi c’è Conte, di fronte a un clamoroso paradosso. La mossa di Pd e Cinque Stelle, a prima vista, ha cementato la base parlamentare del governo. Si affaccia la maggioranza “Joe von der Leyen”, un po’ frutto della congiuntura americana, un po’ retaggio di quella “coalizione Ursula” che in Europa governa da un anno e mezzo. E tuttavia, a uno sguardo più attento, ha messo a nudo la fragilità del suo premier, spettatore esterno delle manovre di corridoio dei partiti che lo sostengono, e, hanno ribadito oggi, ne decidono il destino, quando vogliono.

Chi gode (e chi no) per lo scostamento di maggioranza

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