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Assente, per giunta ingiustificato. Il governo italiano è un passo dalla crisi politica e forse questo l’ha reso un po’ distratto da certe partite industriali che hanno il loro peso nell’economia dello Stivale. Concesso, anzi no. Una su tutte, la nascita di Stellantis, il quarto costruttore mondiale frutto della fusione tra Fca e i francesi di Psa. Di amnesie e prove di una certa inclinazione alla superficialità e al lassismo, ce ne sono.

Proprio in questi giorni si sta, per esempio, trattando la cessione di Iveco, storico marchio italiano di camion e veicoli da trasporto, ai cinesi di Faw Jiefang.  E che dire della partita per Mps (di cui lo Stato è socio di controllo) che potrebbe finire tra le braccia di Unicredit o, addirittura, della transalpina Bnp? E della cessione, lo scorso anno, di Magneti Marelli ai giapponesi di Calsonic? E della Piattaforma Logistica Trieste nel porto friulano, acquistata dalla tedesca Hamburger Hafen und Logistik? A tutto questo si sono aggiunte due recenti nazionalizzazioni non certo passate inosservate e la cui bontà è tutta da verificare: l’ex Ilva, che si prepara a tornare in mani pubbliche con una quota del 60% e Alitalia, dentro cui lo Stato ha messo altri 3 miliardi, con un decreto dello scorso autunno.

Ora, quale il filo rosso di tutte questi scacchieri? Una certa disinvoltura dello Stato, condita da una buona dose di confusione. Da tempo ormai manca nel Paese una politica industriale di spessore, questo è noto a tutti. Il caso Stellantis è forse emblematico. Si dà il caso infatti che lo Stato francese sia socio di Stellantis al 6,2% e, attenzione, con il diritto di salire di un altro 2,5%. Se si considera l’altro socio battente bandiera francese, Psa, con il 7,2% ecco che il blocco transalpino in Stellantis sale al 13,4% (più il 2,5% opzionabile dall’Eliseo). E l’Italia? Niente, lo Stato italiano non è pervenuto nella nomenklatura dei soci.

Un errore, secondo molti, non essere della partita dell’auto. Anche secondo Romano Prodi, ex premier ed ex presidente di quell’Iri che dentro le aziende strategiche ci entrava, senza chiedere troppo il permesso. Domenica, intervenendo dalle colonne del Messaggero, Prodi ha detto la sua su Stellantis. “In Italia l’unione fra Psa e Fca viene chiamata una fusione intendendo, con questo termine, un matrimonio fra pari. Al di fuori del nostro Paese si parla invece di un’acquisizione da parte della Peugeot della Fiat-Chrysler. In effetti tutte le decisioni fino ad ora prese vanno in questa direzione”.

Insomma, per il professore di Bologna, Roma è stata a guardare quando doveva agire. “Abbiamo assoluta necessità di una nuova politica italiana per l’automobile con interventi volti a riprendere, almeno in parte, il cammino perduto. Penso tuttavia che questa politica sarebbe più facile da mettere in atto se il nostro governo, dopo avere accompagnato l’Fca verso la fusione, aiutandola con il cospicuo prestito di sei miliardi di euro, fosse entrato nell’azionariato di Stellantis insieme allo stato francese”.

C’è chi poi, come Guido Crosetto (Fratelli d’Italia), ex sottosegretario alla Difesa e presidente dell’Aiad, l’associazione delle imprese del comparto Difesa, su Twitter elenca una sfilza di amnesie politiche applicate all’industria. “Fiat a Psa, Iveco alla Faw cinese (per 3 mld, quanto l’ultimo spreco di soldi pubblici in Alitalia), Marelli ai giapponesi, parte del porto di Trieste alla Hhla tedesca, Mps a Bnp, Telecom e rete italiana a Bolloré, Aspi a Benetton, Alitalia e Ilva statalizzate per poter perdere”. Tutto, o quasi, vero. Purtroppo.

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