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Oltre trecento alti dirigenti del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il plenum, sono riuniti nel più importante appuntamento annuale della politica di Pechino che quest’anno diventa ancora più cruciale perché dovrà dare via libera al quattordicesimo Piano quinquennale 2021-2025. Rispetto al primo del 1953 molto è cambiato: adesso la Cina è una superpotenza che punta al dominio globale e questo momento sarà certamente cruciale per il futuro. Pechino riparte lanciata dopo la pandemia: i dati del Pil parlano di una crescita attorno al 4,9 per cento, in controtendenza con qualsiasi altro membro del G20.

E mentre la cinghia sul virus – partito da Wuhan e diffusosi nel mondo anche per sottovalutazioni e coperture iniziali del Partito/Stato – è sempre più stretta e i controlli più serrati per evitare un ritorno dei contagi, il Dragone progetta il futuro. La stretta è anche sul piano economico: Pechino punta sull’indipendenza totale – via per sganciarsi dalle irrequietezze del confronto con gli Usa –  e alla costruzione di un mercato interno solido, capace di spingere i consumi.

Per certi versi il recupero post-Covid è già un paradigma del piano per il quinquennio. Si chiama “shuang xun huan“, per dirla come l’ha detta a maggio il segretario del Partito, il capo di stato Xi Jinping, e significa “doppia circolazione”. Sostanzialmente autarchia con caratteristiche cinesi: qualcosa che un paese con 1,4 miliardi di persone può permettersi. Produzione, distribuzione, consumo di tutto e tutto all’interno della Cina. Un’economia circolare di stato.

L’autarchia con caratteristiche cinesi dovrà permettere all’economa del Dragone di sganciarsi dall’eccessiva dipendenza dalle esportazioni – che per ora solo il cuore dei processi produttivi. Così facendo sarà immune agli effetti dello scontro con gli Usa tanto quanto sarà indipendente da eventuali scossoni globali. Il piano prevede di smaltire il peso dell’export via via, perché chiaramente al momento è impossibile da non eliminare.

L’obiettivo è raggiungibile solo attraverso la crescita dei redditi: senza l’eliminazione delle disuguaglianze non potrà crescere la domanda interna. In Cina la società è nettamente divisa, sia a livello reddituale che a livello di condizioni di vita conseguenti. I redditi alti e medio-alti delle aree urbane delle città ipertecnologizzate vivono letteralmente un altro mondo rispetto alle gente delle campagne. Questi ultimi, circa 600 milioni di persone, sono il problema per la doppia circolazione di Xi, perché non hanno reddito sufficiente per spingere i consumi.

Anche su questo ruoterà la Visione 2035, che è l’ampliamento su base 15anni del piano. Programma per costruire un paese ricco e potente che possa fare affidamento sulla domanda interna e che possa spingere sempre dall’interno l’innovazione – e per farlo sta cercando di costruire, per esempio nel settore tecnologico, un’intera catena di controllo che vada dall’estrazione delle materie prima fino al prodotto finito (vedere per esempio la guerra sul settore dei conduttori o su quello dei minerali per batterie innescata con gli Usa e con altre potenze).

È un arroccarsi tipico di un regime: chiusura e puntare tutto sul mercato interno. Passaggio che diventa quasi dovuto in mezzo alla pandemia – i cui effetti in gran parte del mondo sono ancora in corso in termini sanitari, figurarsi a livello economico. E che segue le dinamiche dello scontro con gli Usa, che certamente non terminerà dopo il 3 novembre, visto che l’ingaggio contro la Cina è considerato una priorità strategica tanto dai Repubblicani che dai Democratici.

Ma c’è una terza valutazione: la Cina ha compreso che dopo la pandemia si è mostrata al pubblico anche con tutti i suoi difetti, a cominciare dalla pessima gestione iniziale fino alle problematiche legate alle dipendenze globali dalle sue produzioni. Molti paesi stanno ripensando i propri rapporti con Pechino, si parla molto più intensamente di decoupling, e il Partito/Stato progetta la reazione.

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