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“Quando avevamo sollevato il dramma dei pescatori italiani sequestrati dai libici, alla Farnesina si erano stizziti. Dopo una settimana, la situazione è addirittura peggiorata e i libici ricattano l’Italia chiedendo la liberazione di alcuni trafficanti. Massima solidarietà alle famiglie, agli amici e ai colleghi dei pescatori bloccati all’estero e un abbraccio alla comunità di Mazara del Vallo. Ci auguriamo che il governo si faccia rispettare e porti a casa i nostri connazionali”. Il leader della Lega, Matteo Salvini, cerca la polemica politica (nel rush finale prima dell’election del 21 settembre); l’intelligence chiede massima riservatezza su un dossier che diventa sempre più delicato.

Le autorità dell’Est libico – leggasi le milizie che rispondono al signore della guerra Khalifa Haftar, eterno ribelle con in mente l’idea di rovesciare il governo onusiano Gna di Tripoli – tengono in ostaggio da dieci giorni a Bengasi 18 pescatori italiani. L’accusa era la violazione delle acque libiche durante una battuta di pesca, ma la realtà trasforma il fermo in un ricatto. Fermi a Bengasi, il rientro dei pescatori in Sicilia adesso sembra dipendere da uno scambio – “irricevibile” dicono le autorità italiane.

Gli uomini di Haftar chiedono che quattro libici arrestati nel 2015 a Catania, processati in Corte di Assise e in Cassazione, condannati a 30 anni come trafficanti di migranti e assassini, rientrino in Libia in cambio dei diciotto pescatori. I quattro libici sono trafficanti accusati di un crimine efferato: quella conosciuta come la “Strage di Ferragosto”. Cinque anni fa i quattro libici, tutti fra i 23 e i 25 anni, Joma Tarek Laamami, Abdel-Monsef, Mohannad Jarkess e Abd Arahman Abd Al Monsiff, insieme a quattro marocchini, anche loro condannati e reclusi in carcere, sono stati accusati di non avere liberato 49 migranti rinchiusi in stiva. Li avevano chiusi e lasciati morire.

Per gli amici libici invece quei quattro sono soltanto calciatori che viaggiavano insieme alle vittime diretti in Germania. Sarebbero andati a cercare fortuna tra le squadre della Bundesliga. Ora Bengasi li reclama a casa. Le indagini italiane hanno dimostrato che erano scafisti, criminali. Il procuratore catanese, Carmelo Zuccaro, considera la richiesta “uno scambio di ostaggi”, una enormità giuridica scrive il CorSera: “Non penso che verremo interpellati, ma da operatori del diritto saremmo assolutamente contrari. Sarebbe una cosa ripugnante”. “Altro che giovani calciatori – spiega Zuccaro –. Non furono condannati solo perché al comando dell’imbarcazione, ma anche per omicidio. Avendo causato la morte di quanti trasportavano, 49 migranti tenuti in stiva. Lasciati morire in maniera spietata. Sprangando il boccaporto per non trovarseli in coperta. Un episodio fra i più brutali mai registrati”.

Haftar – in netta difficoltà nel suo stesso territorio e sul piano del supporto internazionale – ha più volte intrapreso azioni contro l’Italia, nonostante Roma lo abbia sempre considerato un interlocutore nel processo di stabilizzazione libica. Il signore della guerra della Cirenaica è colluso con realtà criminali e milizie salafite, ha dalla sua parte contractor sudanesi e ciadiani nonché unità private russe che conducono le operazioni sporche per il Cremlino. Qualche tempo fa ha sequestrato altri pescatori italiani e i suoi uomini hanno ballato sui rottami di un drone dell’Aviazione abbattuto da un missile russo gridando slogan contro l’Italia.

 

libia haftar

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