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È immaginabile l’apprensione con la quale Donald Trump sta seguendo i prossimi sviluppi della vicenda afghana, dopo aver avviato un’incisiva azione politica che – forzando la mano al governo di Kabul da un lato ed al vertice militare Us dall’altro – sta portando ad un trattato di pace con i talebani. Comunque, non si è trattato di un’operazione inaspettata, almeno per quanti hanno avuto modo di osservare la determinazione con la quale questo particolare Potus ha cercato di corrispondere al proprio programma elettorale, sia in politica interna che estera, seppur con alcune apparenti incongruenze. Queste, soprattutto in Europa e in Medio Oriente, sono rappresentate infatti dalla conferma della tradizionale impostazione strategica Usa, che non registra quasi mai grandi scossoni nell’alternanza tra presidenti democratici e repubblicani.

In Europa, le pressioni nei confronti del governo filo russo di Minsk confermano infatti la volontà di pressione nei confronti della Russia intrapresa da Obama in Ucraina, mentre con l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti economici tra Belgrado e Pristina viene avviato un processo teso a ridurre la presa di Putin sulla Serbia, avamposto balcanico al quale né Washington né Mosca vogliono rinunciare. Per quanto attiene al Medio Oriente, invece, è l’alleanza strategica con Israele a impostare ancora i passi dell’Amministrazione americana, culminati nella spregiudicata uccisione del Generale iraniano Suleimani e nella pressione esercitata sugli alleati occidentali per il riconoscimento di Gerusalemme quale prossima capitale di Israele, anche a costo di frustrare definitivamente le ambizioni dell’Anp in termini di sovranità sulla Cisgiordania.

Ma, certamente, è la pace oggetto della conferenza a Doha tra governo Afghano e Talebani a rappresentare il piatto forte in questo scorcio temporale, immediatamente a ridosso di elezioni statunitensi attese da tutto il mondo come momento della verità di portata globale. Con essa, infatti, si imporrebbe l’immagine di un Trump “pacificatore”, dopo 19 lunghi anni di guerra ininterrotta, che gli potrebbe portare grandi dividendi in termini elettorali.

A Doha, insomma, verranno tirate le somme di un’azione politica e diplomatica statunitense di lunga data e si verificherà se le richieste di Trump  nei confronti del leader politico dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, avranno avuto successo. Per arrivare a questo risultato, Washington ha dovuto esprimere tutta la sua capacità di convincimento e di coercizione nei confronti di Kabul, restia a consentire una politica che avrebbe rimesso in libertà moltissimi suoi nemici da anni rinchiusi nelle scomode galere afghane, e forzando la mano anche a governi alleati come quello francese ed australiano preoccupati dalla liberazione di personaggi ritenuti pericolosi per la propria sicurezza. Ma il dado è tratto, a quanto pare, e anche Abdullah Abdullah, tradizionale aspirante sconfitto alla Presidenza della Repubblica di Kabul e capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale, ha affermato di non vedere l’ora di impegnarsi in colloqui concreti con i talebani. Da parte di questi ultimi, invece, il mullah Baradar ha affermato la necessità che si consideri l’Islam quale valore centrale nei negoziati e negli accordi in corso, senza che i suoi valori vengano sacrificati sul tavolo delle trattative.

A questo proposito, le differenze tra i due schieramenti sono certamente meno importanti di quanto viene percepito dalle opinioni pubbliche occidentali, essendo anche il Government of the Islamic Republic of Afghanistan (GIRoA) da sempre caratterizzato da una esibita e non trascurabile natura confessionale, espressa a chiare lettere anche nel suo stesso nome. E anche per quel che attiene ai diritti, con particolare riferimento a quelli delle donne, la preoccupazione dei media occidentali sembrano piuttosto ingenue. Non è, infatti, per eliminare il burka tra i capi di vestiario delle donne pashtun (le altre etnie di norma non lo usano) o per affermare le pari opportunità in una società che resta di taglio essenzialmente “tradizionale” e maschile che è intervenuta in Afghanistan una grande ed inedita coalizione militare internazionale; insomma, la trasformazione del paese centroasiatico in una democrazia simil occidentale non è mai stata considerata più di una semplice velleità, buona tutt’al più per dare soddisfazione alle aspettative di chi quel mondo si limita a guardare e a criticare da lontano.

Piuttosto, una pacificazione con i Talebani oltre a consentire un ritiro di forze Usa significativo in previsione dell’acuirsi delle tensioni in Europa e nel Mediterraneo, potrebbe rientrare da un lato in un disegno anti-iraniano statunitense, vista l’ostilità che i primi hanno sempre avuto nei confronti di Teheran, mentre dall’altro potrebbe consentire di contrastare più efficacemente l’infiltrazione effettuata dallo Stato Islamico nell’Asia Centrale,sfruttando lo stato di conflittualità dell’area.

Insomma, con la conferenza di Doha, alla cui inaugurazione ha presenziato anche il Segretario di Stato Mike Pompeo, si apre la prospettiva di un cambio significativo nella postura strategica delle forze che coinvolgerà anche il nostro Paese, lì presente dal 2001 e dal 2006 responsabile della regione Ovest dello stesso. Per quel che ci riguarda, il ritiro da Herat comporterà un’attenta pianificazione dei trasporti, ma anche un vaglio della situazione operativa sul campo, in modo che il progressivo assottigliamento delle forze in Teatro non esponga a rischi eccessivi, per quanto ineliminabili.

Più in generale, resta il fatto che la pace in Afghanistan della quale si comincia a percepire il sentore resta ben distinta dalla pace generalizzata alla quale tutti aspireremmo e che, proprio a cominciare dal nostro mare, sembra sempre più a rischio. Non è ancora il momento di dormire sonni tranquilli, insomma.

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