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La capacità dimostrata dall’Iran di “bucare” lo spazio aereo di Israele con nuovi missili balistici a medio e lungo raggio ha messo in allarme tutti gli Stati della regione, con l’eccezione della Turchia, che può contare sull’articolo 5 della Nato, peraltro solennemente riaffermato nella dichiarazione finale del recente summit de L’Aja.

Al contrario, i Paesi del Golfo, Arabia Saudita in primis, hanno iniziato a valutare nuove misure preventive da adottare per rendere più efficace la loro difesa aerea. L’attenzione di Riad è rivolta – come avviene in numerosi altri settori duali (nucleare civile, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, universo digitale, laser e nuovi apparati ad energia diretta, eccetera) – alle offerte tecnologicamente più avanzate, sia che esse provengano dagli Stati Uniti sia dalla Cina. Il regno saudita è forse il caso più evidente dei Paesi che Goldman Sachs ha definito swing states, perché oscillerebbero come un pendolo tra Washington e Pechino. Preferisco definire questa categoria di Stati (il cui numero è in crescita dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca) come “Paesi doppiamente allineati”: più che oscillare, essi applicano in modo strategico la “politica dei due forni”.

Per quanto riguarda specificamente l’ambito della difesa aerea, l’Arabia Saudita potrebbe presto dotarsi di due sistemi del tutto paralleli (non interoperabili e rigidamente separati). Il primo è già in fase attuativa ed è basato sulle piattaforme americane PAC-3 MSE e THAAD. Il secondo, invece, è ancora in fase negoziale e potrebbe essere costituito dall’acquisizione dei nuovi sistemi cinesi HQ-29.

In un mondo turbolento e che cambia così rapidamente, è fondamentale accendere immediatamente i riflettori su quali saranno le scelte strategiche dell’Arabia Saudita. Qualora, nonostante il viaggio di Trump, Riad decida di dotarsi di una difesa aerea in salsa cinese, una riflessione politica attenta diventa urgente e imperativa. Di fronte a un’apertura a Pechino in un ambito strategico di così grande rilievo, l’Italia, gli Stati membri dell’Unione europea e la Nato dovrebbero, a mio avviso, adottare un approccio decisamente più prudente di quello attualmente in vigore nei confronti della monarchia saudita.

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