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Secondo una notizia pubblicata sul New York Times, l’amministrazione Trump starebbe cercando di vendere i velivoli di nuova generazione F-35 e alcune tipologie di droni più avanzate agli Emirati Arabi. La pratica viene gestita da Jared Kushner, il genero-in-chief che ha rapporti strettissimi con il policy maker emiratino, Mohammed bin Zayed, e rientra in un piano ampio con cui la Casa Bianca vuole stringere la partnership con i regni del Golfo. Ma ci sono obiezioni da parte delle strutture (Pentagono, intelligence, dipartimento di Stato,Congresso) e da parte di qualche alleato. Su tutti, Israele. “Certamente, perché un conto è raggiungere un accordo di normalizzazione dei rapporti, un altro è stringere un’alleanza”, spiega a Formiche.net Vincenzo Camporini, generale dell’Aeronautica italiana, già capo di Stato maggiore della Difesa, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai), membro del comitato promotore di Azione (adesso è il responsabile tecnico per il settore Difesa del partito di Carlo Calenda).

“D’altronde è la Casa Bianca, probabilmente ormai agli sgoccioli, che spinge per la vendita, e il fatto che sia il Congresso a bloccarlo è di per sé significativo”, aggiunge il generale. Va ricordato che il processo di approvazione della vendita sarebbe comunque molto lungo, potrebbe richiedere tra i sei e gli otto anni, e superare un eventuale secondo mandato di Donald Trump; mentre tra i consiglieri del contender democratico Joe Biden – molti ex membri dell’amministrazione Obama – c’è scetticismo da tempo sulla vendite di droni armati ai paesi del Golfo, che segue chiaramente la pratica degli F-35. Le preoccupazioni del Congresso sono legate alle azioni militari in Yemen, dove l’ex coalizione saudi-emiratina ha prodotto migliaia di vittime civili nel tentativo di salvare (invano) il paese dalla rivolta dei ribelli Houthi.

La richiesta (meglio dire: le pressioni) emiratine sulla vendita degli F-35 durano da sei anni: da altrettanti gli israeliani pressano nel senso opposto, ossia per impedirla. “Israele cerca una cautela che sotto molti aspetti è ragionevole, vivendo quotidianamente una situazione di belligeranza”, aggiunge Camporini. Gli israeliani vogliono mantenere una posizione di eccezionalità sul piano militare (e non solo) all’interno della regione mediorientale. La normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico crea quello che il generale italiano definisce “un clima nuovo”; Abu Dhabi vorrebbe sfruttare questo suo eccezionalismo per accedere al massimo livello degli armamenti Made in Usa. Ma perché avere gli F-35 è così importante?

“Il punto fondamentale è che l’F-35 non è un aeroplano che ne rimpiazza uno vecchio, ma è una cosa completamente nuova. È il nodo non-eliminabile di una rete informatica che vola. E in questo senso ha delle capacità che consentono un salto quantico nella qualità della difesa. Tant’è che non c’è nessuna ritrosia da parte americana nel vendere altri velivoli come gli F-16 (oggetto di una recente commessa con Taiwan dal profondo valore geopolitico, ndr) e aerei di altre generazioni. Ma l’F35 fa un lavoro molto più complesso che moltiplica le capacità operative sia su terra che in aria che in mare, e soprattutto sul campo cyber”, spiega Camporini.

Con un immagine, si potrebbe dire che gli F-35 sono la “via della seta americana“, in quanto come per l’infrastruttura geopolitica cinese hanno un profondo valore nel sistema della alleanze statunitensi. “L’immagine rende: chi fa parte del club di F-35 è come se stesse giocando un campionato di un’altra serie, o forse addirittura di un altro gioco. Questo è il motivo per cui farne parte è fondamentale, sia come forza tecnica che di collegamento. Far parte del programma F-35 offre potenzialità di sviluppo sia in campo militare che civile. È un oggetto con capacità politica, perché permette a chi ce l’ha di accedere a possibilità che altrimenti non potrebbe avere”, aggiunge il generale italiano.

In questo quadro risulta chiaro come per Israele sia fondamentale restare parte privilegiata nel club rispetto ai competitor regionali. La normalizzazione avviata con gli Emirati infatti è un passaggio importante, ma è ancora un livello di cooperazione da implementare. Sotto quest’ottica è interessante analizzare come gli F-35 siano un proxy dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia. “Che Ankara sia stata sospesa dal programma è indicativo delle relazioni attuali Ankara-Washington. Che il Congresso adesso voglia bloccare qualsiasi tipo di commessa militare, lo è ancora di più. Ci spiega che una buona fetta del mondo politico americano non si fida più dei turchi. Non si fida di quei giri di valzer, di quel rapporto particolare con la Russia, è preoccupata dell’attivismo nel Mediterraneo”.

A questa fotografia, Camporini aggiunge: “È un sentimento condiviso anche in Europa, almeno da alcuni Paesi europei, d’altronde. Vorrei ricordare che l’appartenenza della Turchia alla Nato è tutto sommato una polizza di assicurazione, perché se non fosse così l’antagonismo della Turchia con la Grecia e con il resto del Mediterraneo sarebbe ancora più forte. E questo è valido su entrambi i lati, perché se Ankara è parzialmente frenata dall’alleanza, i paesi alleati sono moderati dal non rispondere con aggressività a certe provocazioni proprio per non indebolire l’Alleanza Atlantica”.

Perché gli F-35 fanno litigare Emirati e Israele? Lo spiega il generale Camporini

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