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L’avvicinarsi del voto del 20 e 21 settembre sta tirando fuori dal cassetto il tema del referendum confermativo della riduzione del numero di parlamentari, bandiera del Movimento 5 Stelle, sul quale Roberto Arditti ha aperto un dibattito dicendosi favorevole al taglio. Ci sarebbero invece diverse ragioni per opporsi e proveremo a spiegarle partendo dai tre temi principali esposti da Arditti.

La rappresentanza politica territoriale, si sostiene, sarebbe quasi totalmente sfuggita a deputati e senatori perché l’elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione avrebbe fatto spostare su di loro le richieste e le aspettative dei cittadini. Dunque, i parlamentari “hanno perso ogni reale rappresentanza territoriale”. Un’interpretazione del genere va oltre un’eventuale riduzione dei seggi di Camera e Senato fotografando l’Italia, forse involontariamente, come una democrazia “locale” anziché parlamentare. I sindaci e i presidenti di Regione non possono sostituire il potere legislativo e basterebbe aver vissuto e lavorato in provincia per rendersi conto dell’importanza per i cittadini e le organizzazioni locali del contatto con il parlamentare di riferimento, pur essendo crollata la qualità media della politica.

Come secondo motivo, Arditti definisce i parlamentari senza partiti veri come dei “vuoti a perdere”. La scomparsa dei partiti tradizionali e lo sfarinamento di quelli più nuovi pongono dei problemi di rappresentanza e di credibilità, ma è discutibile che a destra le leadership non siano contendibili, visto che nella Lega si intravede qualche problema e che Giorgia Meloni contende eccome la leadership di tutta l’area. A sinistra resiste il Pd con “cespugli” intorno a sé mentre il Movimento 5 Stelle era nato per distruggere e ora si aggrappa al potere. L’opportunismo e i cambi di casacca non si combattono riducendo i parlamentari, ma solo (in prospettiva) creando una classe dirigente preparata come auspicava Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera nel maggio scorso, argomento di cui non si parla più.

Il terzo motivo si basa sull’evoluzione tecnologica che, secondo Arditti, consente al parlamentare di restare in contatto con i propri elettori senza dover “rispondere a mano alle richieste di raccomandazione”, tanto che addirittura un minor numero di eletti accrescerebbe il loro prestigio. Non scherziamo: all’inizio di quest’anno, prima della pandemia, al ministero per lo Sviluppo economico erano aperti 149 tavoli di crisi e il parlamentare eletto in un territorio alle prese con una grave crisi occupazionale non può occuparsene per whatsapp o con una diretta video. Bisogna guardarsi in faccia e ragionare, senza considerare le continue calamità naturali di ogni tipo che hanno bisogno di un filo diretto costante.

Arditti ha ragione nel definire “una fesseria epocale” l’argomento del risparmio sbandierato dal Movimento 5 Stelle. Secondo la newsletter di Domani, che ha riepilogato i numeri, il risparmio complessivo sarebbe di 80 milioni di euro l’anno eliminando 230 deputati e 115 senatori. Se oggi un parlamentare mediamente rappresenta 63mila persone, con la riduzione ne rappresenterebbe 101mila e le regioni perderebbero da un terzo alla metà dei seggi, in attesa di capire se e come sarà varata una nuova legge elettorale. Una rivoluzione del genere avrebbe senso solo in un’ampia riforma costituzionale sulla quale non si è mai raggiunto un vero accordo bipartisan.

L’evoluzione della situazione politica sta facendo cambiare idea a qualche partito e non c’è più la quasi unanimità con la quale la Camera approvò la legge. Considerando che il referendum, essendo confermativo, non prevede il quorum e che la maggioranza degli italiani non sa nemmeno che si deve votare per quello, la bandiera demagogica di un Movimento in crisi di identità rischia di provocare un danno enorme.

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